|
Pensava che se avesse perso quel treno sarebbe arrivato irrimediabilmente
in ritardo. Si sarebbe preso una bella lavata di testa e questo
era sicuro.
L'autobus vibrava da tempo indefinito totalmente immobile ed il
rumore metallico funzionava come alcool sul fuoco per l'inquietudine
: gli saliva dai piedi, attraversava tutto il corpo ed arrivava
alle mani che stringevano i sostegni unti di chissà quali
altre luride prese. Quando le mani cominciano a sudare sull'autobus
nulla può andare bene.
Aveva l'impressione di essere in perfetta risonanza con l'animale
di plastica e lamiera che lo teneva stipato nel ventre con altri
naufraghi. Tutti così vicini. Quasi l'uno sull'altro. Strano,
il mondo,
pensava ; non mi è mai capitato di trovarmi fortuitamente
così vicino per così tanto ad altra gente e ci si
potrebbe accarezzare o leccare dolcemente invece di perdere tutto
sto tempo a guardarsi in cagnesco. Che massa di stronzi. Qui soffoco.
Aria.
Alla stazione si precipitò fuori dall'autobus spingendo e
strattonando. Doveva arrivare al binario prima che il treno partisse.
Era lì, lo vedeva bene. All'ingresso della stazione sentì
sollecitarne la partenza dall'altoparlante. Forse lo prendo. Vai.
Corri ; occhio alle scale mobili. Il marmo della stazione rende
insicura qualsiasi corsa. Corri che questo cane di treno è
ancora sul binario.
Ha già chiuso le porte ma è ancora lì fermo.
Atrio. Terribile. Vasto come una piazza d'armi. Pieno di gente.
Correva sfiorando persone, carrelli, valigie.
La prima rampa di scale, in discesa, la eliminò in quattro
o cinque salti degni d'una tigre ma appena imboccato il sottopassaggio
sentì il treno fischiare.
Lo sconforto e la fatica gli imposero di rallentare. Percorse qualche
metro camminando.
Si guardò intorno nervosamente : il lungo sottopassaggio,
le rampe d'accesso ai binari, un uomo anziano, di spalle, consultava
gli orari dei treni affissi al muro fischiettando con fare spensierato.
Riprese a correre. La rampa. I gradini due a due. Non aveva più
fiato.
Arrancò su per gli ultimi gradini per vedersi passare davanti
al naso, con un sibilo, l'ultima carrozza del suo treno.
Doveva aspettare un'ora per il prossimo. Non si prese neanche la
briga di maledire qualcuno. Semplicemente si mise a sedere su una
panchina.
Ora è la fine, pensava. Non arriverò all'appuntamento
e lei se ne avrà a male. È l'ultima occasione, ha
detto per telefono. Già, come se si trattasse di un gioco
a premi. Due ore di autobus mezzo morto asfissiato, traffico, una
corsa da infarto e lei penserà che me ne sono sbattuto altamente
e non vorrà sentire ragioni.
Accese una sigaretta e ne aspirò profondamente il primo tiro.
Brucia in gola dopo una corsa.
Era assorto a ricostruire tutto il tragitto : l'autobus, la corsa,
il treno che partiva. Qualcosa non gli tornava. Un inezia, un frammento,
una scheggia gli si era conficcata dritta in testa ed ora esplodeva.
Solo, non sapeva di che cosa si trattasse. Fumava sempre più
velocemente e sempre più velocemente ripercorreva il tragitto.
Così non ne esco, si disse mormorando. Calma.
Spense la sigaretta, si abbottonò la giacca ed accavallò
le gambe.
Un'ora. Guardò il cielo e le nuvole correre via veloci. Senza
farci caso aveva peso a fischiare.
Un gabbiano passò senza battere le ali. Gabbiani in città.
Gabbiani nelle discariche, lo aveva visto centinaia di volte. Dove
c'è immondizia ci sono gabbiani eppure a vederli al mare
mai lo penseresti. Così belli...eleganti...le ali bianche...
nelle discariche.
Un uomo arrivò trafelato "è partito ?" "da
qualche minuto, ormai" gli rispose ironico. L'uomo restò
imbambolato a guardare i binari. Prima da una parte, poi dall'altra.
"Già...quando il prossimo ?" "tra circa un
ora" "un ora...". Non disse altro. Gli voltò
le spalle e ridiscese la rampa.
Rise qualche istante dell'accaduto scuotendo la testa... inspirò
profondamente ed espirando riprese a fischiare, così, senza
senso, intervalli musicali molto orecchiabili e facilmente riproducibili.
Ad un passaggio si interruppe bruscamente.
Lo ripeté una due volte. Due note. Un intervallo che, ripetuto,
ora lo cantava, lo scombussolava dal più profondo degli abissi
della memoria.
Lentamente come quando ci si addormenta affioravano ricordi che
sembravano appartenere ad un altro, tanto apparivano nitidamente
lontani. Il vecchio... il vecchio nel sottopassaggio !
Lezioni di pianoforte. Secoli prima.
Un esercizio scritto dal suo maestro. Di suo pugno.
Lo ricordava bene perché dopo interminabili ore di scale
noiosissime era riuscito a tirare fuori un motivo compiuto come
lo può essere un'azione portata a termine con precisione.
Poteva farlo sentire... musica a tutti gli effetti.
Qualche volta aveva anche detto di averlo composto egli stesso suscitando
l'ammirazione dei presenti dopo impeccabili esecuzioni. Si curava
di non farlo sentire troppo spesso. Quando si presentava l'occasione
giusta...
Il vecchio nel sottopassaggio. Corri !
Una volta il maestro lo aveva portato con lui in un negozio di strumenti
musicali. Conosceva bene il proprietario si abbracciavano e baciavano.
" questo è un mio allievo". Così lo aveva
presentato al proprietario.
Impegnativo.
Avrebbe dovuto suonare. Se ne rese immediatamente conto.
L 'esercizio.
Quando venne il momento, si sedette al piano, guardo la tastiera
e lo eseguì con trasporto e tecnica ; a memoria, s'intende.
Un trionfo.
Lo applaudirono anche gli avventori del negozio. Era veramente felice.
Per una giornata così felice non poteva non ringraziare chi
gliela aveva regalata.
Uscendo dal negozio il maestro lo abbracciò e con aria decisamente
seria si complimentò con lui.
Il fatto che avesse scambiato le variazioni a lungo studiate per
improvvisazioni estemporanee, lo tenne per sé, in fondo erano
sue.
Lì per lì non si rese conto della cosa. Doveva passare
tempo, molto, perché capisse che quel giorno era stato così
bello.
Era andato dallo stesso maestro per un altra decina d'anni. Poi
cominciò a fare altro. Perse il maestro. Dopo anni forse
poteva rincontrarlo.
La rampa terminò, girò nel sottopassaggio ma era vuoto.
Tornò ad aspettare il treno. Un'ora, circa.
|