Neve
MississipiX
Episodio 3
Ho gridato...
Esercizio
Una tavola...
Lo Zio


Lo Zio
Una piccola anticipazione del nuovo racconto "lungo"


Lo zio era morto.
Quando mi dissero cosa era successo ero appena entrato in casa per annunciare al mondo che avevo preso il mio primo sei in matematica. Il che, considerando che erano undici anni che andavo a scuola, costituiva di per se una notizia di rilevanza planetaria.
Almeno per me voglio dire.
La mamma mi aveva aperto la porta e mi aveva guardato con una faccia simile a quella che mi sarei immaginato in faccia ad uno qualsiasi dei Re Magi, dopo aver saputo che Gesù bambino era nato morto. Era una di quelle espressioni che facevano trapelare una tristezza infinita e la perdita della speranza.
"Brutta storia" pensai.
E avevo ragione.
La mamma fermò la mia corsa entusiastica per le scale con un semplice gesto della mano, come un vigile che fa fermare una macchina passata con il rosso. Avevo la mia prima multa da pagare in questa vita. Ed era estremamente costosa.
Mi raccontò come era successo, di come lo zio si era improvvisamente sentito male mentre stava per mettere il puntale luminoso all' albero di natale.
Un malore, aveva detto, e lo zio aveva lasciato la nostra dimensione. Puff. Andato. Per sempre.
La cosa mi aveva scosso come un fulmine caduto da un cielo nero e senza stelle. Volevo molto bene a mio zio e, dopo che mio padre se ne era andato quando ancora il biberon mi sembrava un container di latte, mi aveva praticamente fatto da padre. Abitava nel piano sopra il mio ed era il fratello di mia madre. E, più di ogni altra cosa, mi aveva cresciuto.
Ma tutto quello che ricordavo di lui, per un po' si dileguò come aveva fatto la sua anima. In modo veloce e apparentemente indolore. Cominciai a riflettere su quello che mi stava succedendo solo il giorno dopo, osservando il cadavere dello zio riposto sul suo ultimo domicilio e pronto ad essere chiuso per l'eternità.
Se ne stava lì, disteso e immobile, come è generalmente normale che sia, incastonato nella bara simile ad una pietra preziosa in un anello. Era giallo come una frittata e aveva gli occhi, un tempo azzurri come un cielo in estate, chiusi in modo innaturale. Mente dalla palpebra destra non lasciava trapelare nessuna luce, da quella sinistra si poteva vedere una piccola riga bianca e, a ben guardare, un po' di quel cielo d'estate.
-Sembra che dorma- disse qualcuno alle mie spalle.
Ma a me continuava a sembrare morto.
Più lo guardavo e più non riuscivo a non immaginarmi ciò che era successo.
Lo vedevo cadere dalla scala, mulinando le braccia nel vano tentativo di riacchiappare la vita che se ne stava andando. Lo vedevo cadere come King Kong dal grattacielo e mi pareva persino di sentire il rumore che faceva la capanna dopo che lui ci era caduto sopra, schiacciando Gesù, Giuseppe, Maria, il bue, l'asinello e qualche pastore.
Crack.
E il libro della sua vita si era chiuso.
Immaginavo le luci dell'albero continuare a muoversi ad intermittenza, come se la morte fosse stata un numero da luna park.
Mentre guardavo la sua faccia, leggermente cadente come un dipinto non asciutto e sottoposto alla pioggia, che ormai aveva perso quella forma squadrata che tanto mi ricordava quella di un attore visto in tv, mi accorsi che stavo fissando una mosca in procinto di entrare nelle narici del suo naso.
Come uno speleologo alla ricerca delle sette città di Cibola, la mosca entrò nella narice destra e non ne uscì mai più. Sperai che avesse trovato quello che cercava.
Lo zio era alto e grosso, e pur avendo gia trentacinque anni, ogni volta che giocava con me,sembrava un mio coetaneo. Lo vedevo ridere mentre cercava di prendermi quando giocavamo a guardie e ladri e spesso mi chiedevo:
-Perché i miei compagni di scuola non sono così?
Aveva dei piedi enormi che generalmente infagottava in scarpette da ginnastica deformate, che lo facevano sembrare un astronauta e, quando calciava le punizioni, mi lasciava sempre immobile a guardare la palla che entrava nell'angolo più lontano, quello dove si dice che i ragni fanno la ragnatela. Una volta mi aveva portato a pesca con lui. Credo sia stato uno dei più bei giorni della mia vita. La notte prima di partire non avevo dormito. Eravamo arrivati in riva al fiume e lui aveva tirato fuori due canne da pesca nuove di zecca da una borsa sportiva. Ricordo di come mi aveva spiegato dell'importanza di fare silenzio. Lo aveva fatto con quella voce profonda e rassicurante, portandosi l'indice alla punta del naso. Le sue mani non erano grandi, ma il suo modo di muoverle era sinuoso come quello di un pianista prima di un concerto. A volte pensavo che con quelle mani potesse persino ipnotizzare la gente. Ero rimasto in silenzio in modo spontaneo e naturale, come nessuna maestra è mai riuscita a farmi restare. Ad un certo punto, il mio galleggiante si era inabissato, quasi si fosse scordato le sigarette nel fondo del fiume e lo zio aveva lasciato che per un po' lottassi da solo con il pesce. Era rimasto li, ad osservarmi mentre cercavo di armeggiare con il mulinello, tentando goffamente di recuperare lenza. Aveva ignorato le mie richieste di aiuto e si era messo a ridere, dicendomi solo che il pesce mi aveva lanciato la sua sfida. Ed ero io a dovermela vedere con lui. Dopo alcuni minuti, si era alzato dal bordo del fiume e aveva preso il retino allungandolo verso il fiume. Io ridevo e nello stesso tempo pregavo di non perdere quel pesce. Lo zio, ad un certo punto, mi aveva detto di avvolgere più velocemente la lenza e la preda aveva cominciato a cedere. Fu il mio primo pesce. Una trota grossa come un salmone. Dio quanto tempo è passato.
Me ne restavo li, a guardare la salma sforzandomi di pensare a tutte queste cose, al suo colore dei capelli, al suo modo di annunciare il suo ritorno a casa suonando il clacson ad intermittenza, a come mi raccontava le storie, a come era il padre che non avevo mai avuto
Eppure, nonostante questo, nonostante non riuscissi a pensare alle volte che mi sgridava, non mi sentivo triste e non ne capivo il perché. Immaginavo che, da un momento all'altro, una di quelle mani ipnotizzanti avrebbe cominciato a muoversi, dapprima lentamente poi più velocemente, stringendosi poi a pugno. Mi sembrava di vederlo mentre si alzava improvvisamente dalla bara e, tra le grida terrorizzate dei presenti, mi saltava addosso e cominciava a strozzarmi fino a farmi schizzare gli occhi fuori dalle orbite, facendomi gonfiare la faccia come un palloncino pieno d'aria.
Mi immaginavo mentre cercavo di dire agli altri che non era colpa sua, di lasciarlo fare, che la colpa era mia, che non riuscivo a d essere triste. Ma anche questa visione non placava i miei sensi di colpa.
Avevo paura di essere un mostro. E forse lo ero.
Quasi dimenticavo, mio zio si chiamava Michele.