Lo zio era morto.
Quando mi dissero cosa era successo ero appena entrato in casa
per annunciare al mondo che avevo preso il mio primo sei in matematica.
Il che, considerando che erano undici anni che andavo a scuola,
costituiva di per se una notizia di rilevanza planetaria.
Almeno per me voglio dire.
La mamma mi aveva aperto la porta e mi aveva guardato con una
faccia simile a quella che mi sarei immaginato in faccia ad uno
qualsiasi dei Re Magi, dopo aver saputo che Gesù bambino
era nato morto. Era una di quelle espressioni che facevano trapelare
una tristezza infinita e la perdita della speranza.
"Brutta storia" pensai.
E avevo ragione.
La mamma fermò la mia corsa entusiastica per le scale con
un semplice gesto della mano, come un vigile che fa fermare una
macchina passata con il rosso. Avevo la mia prima multa da pagare
in questa vita. Ed era estremamente costosa.
Mi raccontò come era successo, di come lo zio si era improvvisamente
sentito male mentre stava per mettere il puntale luminoso all'
albero di natale.
Un malore, aveva detto, e lo zio aveva lasciato la nostra dimensione.
Puff. Andato. Per sempre.
La cosa mi aveva scosso come un fulmine caduto da un cielo nero
e senza stelle. Volevo molto bene a mio zio e, dopo che mio padre
se ne era andato quando ancora il biberon mi sembrava un container
di latte, mi aveva praticamente fatto da padre. Abitava nel piano
sopra il mio ed era il fratello di mia madre. E, più di
ogni altra cosa, mi aveva cresciuto.
Ma tutto quello che ricordavo di lui, per un po' si dileguò
come aveva fatto la sua anima. In modo veloce e apparentemente
indolore. Cominciai a riflettere su quello che mi stava succedendo
solo il giorno dopo, osservando il cadavere dello zio riposto
sul suo ultimo domicilio e pronto ad essere chiuso per l'eternità.
Se ne stava lì, disteso e immobile, come è generalmente
normale che sia, incastonato nella bara simile ad una pietra preziosa
in un anello. Era giallo come una frittata e aveva gli occhi,
un tempo azzurri come un cielo in estate, chiusi in modo innaturale.
Mente dalla palpebra destra non lasciava trapelare nessuna luce,
da quella sinistra si poteva vedere una piccola riga bianca e,
a ben guardare, un po' di quel cielo d'estate.
-Sembra che dorma- disse qualcuno alle mie spalle.
Ma a me continuava a sembrare morto.
Più lo guardavo e più non riuscivo a non immaginarmi
ciò che era successo.
Lo vedevo cadere dalla scala, mulinando le braccia nel vano tentativo
di riacchiappare la vita che se ne stava andando. Lo vedevo cadere
come King Kong dal grattacielo e mi pareva persino di sentire
il rumore che faceva la capanna dopo che lui ci era caduto sopra,
schiacciando Gesù, Giuseppe, Maria, il bue, l'asinello
e qualche pastore.
Crack.
E il libro della sua vita si era chiuso.
Immaginavo le luci dell'albero continuare a muoversi ad intermittenza,
come se la morte fosse stata un numero da luna park.
Mentre guardavo la sua faccia, leggermente cadente come un dipinto
non asciutto e sottoposto alla pioggia, che ormai aveva perso
quella forma squadrata che tanto mi ricordava quella di un attore
visto in tv, mi accorsi che stavo fissando una mosca in procinto
di entrare nelle narici del suo naso.
Come uno speleologo alla ricerca delle sette città di Cibola,
la mosca entrò nella narice destra e non ne uscì
mai più. Sperai che avesse trovato quello che cercava.
Lo zio era alto e grosso, e pur avendo gia trentacinque anni,
ogni volta che giocava con me,sembrava un mio coetaneo. Lo vedevo
ridere mentre cercava di prendermi quando giocavamo a guardie
e ladri e spesso mi chiedevo:
-Perché i miei compagni di scuola non sono così?
Aveva dei piedi enormi che generalmente infagottava in scarpette
da ginnastica deformate, che lo facevano sembrare un astronauta
e, quando calciava le punizioni, mi lasciava sempre immobile a
guardare la palla che entrava nell'angolo più lontano,
quello dove si dice che i ragni fanno la ragnatela. Una volta
mi aveva portato a pesca con lui. Credo sia stato uno dei più
bei giorni della mia vita. La notte prima di partire non avevo
dormito. Eravamo arrivati in riva al fiume e lui aveva tirato
fuori due canne da pesca nuove di zecca da una borsa sportiva.
Ricordo di come mi aveva spiegato dell'importanza di fare silenzio.
Lo aveva fatto con quella voce profonda e rassicurante, portandosi
l'indice alla punta del naso. Le sue mani non erano grandi, ma
il suo modo di muoverle era sinuoso come quello di un pianista
prima di un concerto. A volte pensavo che con quelle mani potesse
persino ipnotizzare la gente. Ero rimasto in silenzio in modo
spontaneo e naturale, come nessuna maestra è mai riuscita
a farmi restare. Ad un certo punto, il mio galleggiante si era
inabissato, quasi si fosse scordato le sigarette nel fondo del
fiume e lo zio aveva lasciato che per un po' lottassi da solo
con il pesce. Era rimasto li, ad osservarmi mentre cercavo di
armeggiare con il mulinello, tentando goffamente di recuperare
lenza. Aveva ignorato le mie richieste di aiuto e si era messo
a ridere, dicendomi solo che il pesce mi aveva lanciato la sua
sfida. Ed ero io a dovermela vedere con lui. Dopo alcuni minuti,
si era alzato dal bordo del fiume e aveva preso il retino allungandolo
verso il fiume. Io ridevo e nello stesso tempo pregavo di non
perdere quel pesce. Lo zio, ad un certo punto, mi aveva detto
di avvolgere più velocemente la lenza e la preda aveva
cominciato a cedere. Fu il mio primo pesce. Una trota grossa come
un salmone. Dio quanto tempo è passato.
Me ne restavo li, a guardare la salma sforzandomi di pensare a
tutte queste cose, al suo colore dei capelli, al suo modo di annunciare
il suo ritorno a casa suonando il clacson ad intermittenza, a
come mi raccontava le storie, a come era il padre che non avevo
mai avuto
Eppure, nonostante questo, nonostante non riuscissi a pensare
alle volte che mi sgridava, non mi sentivo triste e non ne capivo
il perché. Immaginavo che, da un momento all'altro, una
di quelle mani ipnotizzanti avrebbe cominciato a muoversi, dapprima
lentamente poi più velocemente, stringendosi poi a pugno.
Mi sembrava di vederlo mentre si alzava improvvisamente dalla
bara e, tra le grida terrorizzate dei presenti, mi saltava addosso
e cominciava a strozzarmi fino a farmi schizzare gli occhi fuori
dalle orbite, facendomi gonfiare la faccia come un palloncino
pieno d'aria.
Mi immaginavo mentre cercavo di dire agli altri che non era colpa
sua, di lasciarlo fare, che la colpa era mia, che non riuscivo
a d essere triste. Ma anche questa visione non placava i miei
sensi di colpa.
Avevo paura di essere un mostro. E forse lo ero.
Quasi dimenticavo, mio zio si chiamava Michele.