Libro


Le introduzioni sono sempre un bel casino, perché uno vorrebbe spiegare il concetto di fondo; però alla fine va a finire che vai fuori tema, vuoi spiegare il mondo, o semplicemente l'ideuzza bislacca o il giramento di coglioni del momento, e allora giù che tagli e rattoppi, come quando ti organizzi la giornata e già a pranzo non hai le cipolle per il sugo e cominciano i casini, e finisce che non ti puoi fare gli sciacqui serali dopo aver fumato perché hai finito il colluttorio già da due giorni. Certo che il colluttorio è proprio uno schifo, e un dentista mi ha confidato che non serve quasi a niente in realtà, e poi l'idea di pulirsi la bocca dopo un'intensa giornata di contatto con miliardi di microbi sociali, chiacchiere al bar, whisky con gli amici, una parolaccia sottovoce all'impiegato di turno, la parola fica ripetuta un milione di volte in centinaia di diversi neosinonimi e vecchi stampi, mi dà un po' ai nervi. Mi sembra di tradire quell'immensa accozzaglia di voci dialettiche compagne di oggi, di andare a limare un corpo per farne una statua, e quando ti schizza il sangue nel lavandino i rimorsi sono storditi dalla coscienza di aver agito correttamente. La dialettica è una parola che riempie bene questa introduzione, ed è una componente fondamentale di questa roba che scriviamo, perché se poi io ti sto a raccontare cose che già sai, se sei d'accordo con quello che scrivo, allora finisce il gioco, non hai capito un cazzo del divertimento che c'è nel parlare, nell'esprimersi. Sono millenni che si cerca il confronto, la dialettica, e poi giù guerre, e risse nei bar, e bande e programmi di partito, le ideologie e le religioni, strategie e grandi imperi, le culture e la dottrina sociale, e quando si è tutti d'amore e d'accordo, salta sempre su qualcuno a rompere i coglioni con qualche idea sua. Certo però che questa storia dei denti è angosciante: prima te ne freghi, perché pensi che in fondo a te non dovrebbe capitare niente ai denti; ehi…dico, perché cazzo dovrebbero venirmi le carie o il tartaro o i denti mosci, merda, io mangio bene, cago e rifletto il giusto ogni ventiquattr'ore, non mi drogo (beh diciamo che non ho preso il vizio, o forse ancora non me ne sono accorto)…mi lavo pure i denti con il dentifricio dell'associazione medici dentisti (ovvero uno qualunque, al discount però) e proprio quello stronzo di dentista mi viene a dire che devo fissare un appuntamento per la cura…ehi ma…cazzo, io ero venuto solo per una visita di controllo, come quando si chiacchiera tra amici, e tu ora mi vieni a dire che devo cambiare idea e svegliarmi presto domattina sennò tutto va in merda? Questo sembrerebbe il rovescio della medaglia della dialettica, tutto si scompone, eri partito per fare la guerra e ti ritrovi che si sono incazzati sul serio e ti tirano delle brutte pizze sul muso, che hai tirato fuori qualcosa che mette in imbarazzo, e ormai la frittata è fatta, sei in mezzo a ballare come uno scemo, che ormai la sbornia è passata da un pezzo e non sai dove si va a finire; però a volte il gioco vale la candela…

DI ME QUALUNQUE

Certo che non è gentile parlare di se stessi, ma dopo tanti anni a cercare argomenti e ragionamenti, forme e strutture, mi sono accorto che ogni tanto ci vuole. È una pulsione che nasce dal nostro desiderio di penetrare la realtà, di immergersi e dilatare i polmoni per dimostrare di reggere la spinta idrostatica, di saper sopravvivere in quel mondo sommerso e che non coincide con il nostro ambiente naturale, ovvero la realtà circostante. Certo che dire che la realtà non è il mio ambiente a primo avviso sembra un po' una cazzata; però se pensi a tutte le difficoltà che sorgono nell'esprimersi, nel confrontarsi, in tutto quello che deriva dalla presenza preponderante di una coscienza razionale, se ti fai due conti e ti chiedi perché non si trovano soluzioni politiche, artistiche, ma anche pratico-scientifiche universalmente condivise, allora cominci a sentirti un qualcosa a sé stante, una realtà definibile e in apparenza autonoma, cosicché parlare di sé è un modo di catalizzare la fusione di questo apparente universo a sé stante con il "resto". In realtà credo che una tale individuazione, questa distinzione, sia un frutto maledetto del nostro istinto di sopravvivenza, il cui figlio prediletto è il nostro io raziocinante. È come se un qualcosa avesse deciso per un capriccio imperscrutabile di appropriarsi in senso conoscitivo di una piccola parte della realtà, e da questa pulsione anticosmica ed egoica fosse nato l'individuo, e poi un qualcos'altro, o forse lo stesso di prima, giocasse a rimischiare tutto, a rimpastare i brandelli di plastilina, di creta molle, di melmose strisciate di colore e di ombre, e si ubriacasse della folle girandola, del mostruoso, multiforme impasto, e ancora volteggiasse tra i percorsi irrazionali e sconvolti di migliaia di polle di fango. E allora la mia pulsione è di dar colore al mio gioco, luce e negre molestie, che caratterizzino, distinguano, presentino al confronto il mio essere, e se il primo passo è nella creazione di ciò, il secondo consiste nel dargli voce e movimento. Affiggo manifesti con la mia foto su tutti i muri, illumino il mio membro sul palcoscenico della società, grido le mie verità a Dio. Fantasia è concubina perversa delle mie voglie sul mondo, mezzo di sbarco sulle folle agonizzanti. Parlo dunque di me, della mia storia, dei miei desideri, del mio carattere, come un personaggio di un libro da caratterizzare, però stavolta molto più vero e sensibile, tangibile.destino perfido, incontrollato altro da sé...una solitudine che respira a fondo il nostro odore di prugne secche...ragionare sulla sterilità degli atti o di me o di tutti quanti noi, è un affronto al tempo. Esistono diversi inconvenienti nel fatto di essere stati gettati su questo mondaccio: uno è quello di dover contare uno ad uno gli istanti che passano...uno, due, tre...vaghe occasioni di probabili occasioni che si perdono in un istante, quello già contato del resto....ma oggi è il giorno, lo figuro bene dentro al mio occhio, il giorno del muto voler sembrare qualcuno di diverso, la vergogna, la timidezza se si vuole, è una via scortese nei confronti della propria intelligenza, eppure…cosa ci vuole a parlare agli animali? quei pelosi bradipi eccellenti che portano gli occhiali da vista e il toupet...cosa ci vuole a parlare a secoli d'evoluzione che ha fatto sì che la scimmia sia ancora lì dove era, e l'accoppiamento sessuale ancora l'unico scopo, sconcertante certo, di tutti gli sguardi o di tutti i segni o di tutte le parole...L'arte è un accoppiamento mancato...la dialettica l'accoppiamento che si sarebbe voluto...mondaccio maledetto in cui i fallici membri si ergono come pali a segnare il cammino su una distesa di neve bianca (l'innocenza primigenia?). Ma è la stanchezza di questo comprendere che potrebbe portarci fuori strada, cioè verso i campi del raccoglimento definitivo di sé…e allora addio dialettica…solo quella, proficua per la verità, con sé stessi in cui una parte di sé ignora l'altra e si prosegue diritti in direzione della morte. Non so se il collutorio, in questi casi di parossismo mentale, possa risolvere granché ma, comunque, versarlo lentamente nel foro di scolo del lavandino, lentamente come un'inseminazione alla menta, dà il piacere che manca alla mattina stanca e depressa, sarà il fare centro dentro qualcosa di nero, il sentire che tutto scorre così liberamente via da noi, si allontana senza battere ciglio in direzione della diserzione….e poi tappare il tutto, sentirsi soddisfatti del nulla compiuto…ma ecco…ecco ancora l'inglese parlare il segno che lo straniero è dietro di me, il segno che potrei io qui compiere ciò che non so compiere, deflorarmi le idee…ooooooHHHH! Uno, due ,tre e cosa ci vuole a liberarsi, un attimo soltanto, dalla veneziana che ci copre l'animaccia? E cosa ci vuole, e cosa ci vuole…cosa ci vuole? There has been a confusing array of terms used within la mia accezione post-termica. È scontato il non dire! Ma ancora più scontato è il silenzio muto…e dentro questa permutazione di carezze, ecco che si risorge ogni volta, si risorge perché è l'istinto che ce lo impone…e cosa ci vuole, e cosa ci vuole, e cosa ci vuole a favorire il più bravo di noi? A favorirlo nella sua ascesa al potere, a favorirlo nella sua contentezza tutta umana?…apro la maniglia, saluto il portiere, povero cristo in cui rispecchiare tutti i propri olezzi di incompresi è la cosa più semplice, e me ne vado per la mia strada…per la strada di tutti…l'aria fredda si appoggia alle mie spalle e cerco un po' in giro con lo sguardo se vedo qualcuno da ricordare…e le persone si danno da fare per apparire…il ruolo che gli compete gliel'ha trovato uno schiaffo della mamma quando erano vivaci ragazzini allegretti, ed ora ce lo fanno scontare a noi e al nostro di schiaffo…che io me ne ricordo qualcuno d'impegnativo…gli schiaffi senza mani i più dolorosi e per forza! Perché siamo intelligenti e non animalacci…non è vero? Ma ecco…ecco…fai silenzio…ecco gli applausi, applausi…il sentore dell'accademia, il suo rumoreggiare lo si ode da lontano, da così lontano che incute un terrore senza riserve, e ti viene da chiederti che cosa dovrai poi fare tra tutte le risate che ti scorticano la tristezza di essere il superiore-inferiore e forforico imbarazzato poco navigato…e te ne freghi… ah, se te ne freghi! come uno se ne frega di tutto quello che richiede così tanta energia per essere compreso e già sai che non c'è molto da comprendere, ma pare sia là tutta la verità, pare che dio abbia tenuto per sé una parte di questa cazzo di verità e l'altra l'abbia messa tra le cosce di quelle persone…(anche tra le mie, a questo punto?)… e però l'esperienza nasce da ciò che rimane impigliato all'anima e che potrebbe non essere mai successo…ed allora è qui che il silenzio, un silenzio diverso da quello muto o che muto parla, che il silenzio si evolve in emozione e l'emozione in esperienza…uno, due, tre, noi ora abbiamo altro a nostra disposizione, qualcos'altro dal nostro destino che si compone nella realtà…destino perfido, incontrollato altro da sé…che il già detto è stato detto e la conferenza è finita!