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Raccontamento
Origini
Idee
Il Compost
Per Carta
FdS
190200


ORIGINI


Dall’alto di Akash Bhairab Mandir si scorgeva Taumadhi Tole in lieve pendenza, non era ancora sera e il caldo frastornante aveva cessato il suo abbraccio…a est, imboccando la via per Tachupal Tole, pochi yogin al riparo tenevano aperti sulle ginocchia libri vedici e incommensurabili spazi di tempo…sorseggiavamo black tea ed era il nostro giorno…sapevamo della fortuna di essere capitati là dove il destino possiede un suo particolare senso, là dove era soltanto l’altrove a cedere il passo ad ogni vana ossessione del nulla…preoccupati di non dimenticare sapevamo, forse per la prima volta, riconoscere la felicità nel suo più recondito aspetto…eravamo vicini, intimamente percorsi da quell’assenza di timore, costretti in noi stessi e ad una condivisione senza limiti…potevamo percepire distintamente l’individualità ed una comunione vitale che non ci avrebbe mai più abbandonati.
Bhaktapur[1], dunque, ci aveva accolti, ci aveva piano piano baciati fino in fondo allo spirito e restituiti ai nostri discorsi come cavalieri nudi e possenti, abili nella lotta come la saggezza lo sa essere nella dialettica, nuovi…e soprattutto vivi. È stato allora che una malattia ha infettato il nostro sangue…là nel paese in cui la morte e la vita sanno camminare fianco a fianco, noi avevamo bisogno di un sogno per non dover soccombere all’estinzione della gioia…la nostra opportunità, dopo fiabe difficili da credere, ma così umane, così violentemente vicine al cuore, dopo Dee viventi e marijuana, vette misteriose a cui il silenzio sa portare un rispetto estatico così difficile da non ascoltare, dopo interminabili e sconnessi pellegrinaggi nella furia del monsone…eravamo giunti finalmente là dove saremmo voluti giungere da sempre…Si era aperta l’idea di poter in qualche modo dare alla nostra ascesa in terra un significato maggiore, un destino diverso da quello maleolente che relega il sogno alle ore della notte, il nostro voleva essere un sogno capace di possederci fino alla fine…perché era lì che le contraddizioni sapevano sprigionare per intero il loro carico d’alienata distruzione dell’esistenza, era lì che si comprendeva senza mezzi termini quali terribili responsabilità il sistema sociale occidentale si porta con sé, era lì che si comprendeva come capitalismo e neocolonialismo sapessero per sola avidità e miopia, disintegrare passioni millenarie, ancestrali tradizioni, ma soprattutto disintegrare la nostra capacità di sognare…Dovevamo forse uscire dal giardino per comprendere che l’eterodirezione, la guida del grande fratello mercato, avesse in seno la nostra felicità…noi non volevamo il suo calore, noi non volevamo il suo latte…e sorseggiavamo tea, e parlavamo, e sapevamo appartenerci per intero…L’incauta dimostrazione della libertà che quel sentire ci procurava, forse per la distanza o il pervasivo esotismo d’odori speziati, ha permesso in noi di ricominciare ad essere intimamente uomini, né più né meno che animali utopici…e mano a mano che la sera calava sugli spioventi delle stupe ed il legno intarsiato di Til Mahadev Narayan si colorava di rosso, giungevano dal basso le grida di vetro dei bambini e le figure nel vento dei loro aquiloni gialli…per noi, seduti nella confortevole penombra, il continente indiano non ci aveva dischiuso il mistico mondo dello spirito, ma quello contingente dell’umana volontà di cambiamento…era la sintesi di una analisi a lungo condotta e terminata nella chiara coscienza che niente e nessuno può impedire ad una sincera tensione di esprimersi, che la perseveranza è l’unico reale discrimine tra il sogno e l’abbaglio…
Così, dunque, nacque la prima idea della Fabbrica del Sole…in questa densa atmosfera prese il via un viaggio che ancora perdura…tra le ali della divagazione era nato forse un nuovo destino…E sapevamo per certo ciò contro cui opporci, ciò contro cui scagliare il nostro malessere…due totemici mostri ci si paravano innanzi: gli occhi sporgenti della globalizzazione e l’umida lingua del consumo continuo…dovevamo pur sognare di abbattere entrambi per non rimanere stesi al freddo della loro ombra…dovevamo per prima cosa schiodarci dall’errore di considerare sempre troppo labile la forza della propria volontà…credevamo per contro nell’importanza del dialogo nel sapere perché chiara ci appariva l’enorme presa in giro di tutto questo diluvio d’informazione…avevamo imparato a distinguere la differenza tra sapere e informazione e avevamo compreso che quest’ultima è solo una chimera senza la capacità critica a cui il primo può condurre…essere liberi nell’informazione non presuppone in nessun modo esserlo anche nel sapere, sapere che nasce dal dialogo e dal Significato[2] che da esso scaturisce…Dunque attenzione estrema alla lentezza della analisi e all’ancora più lento successivo Processo di sintesi, così essenziale al fine di evitare l’ingenua caduta nella semplificazione degli eventi…e cosa c’entra tutto questo con l’efficienza, parola per noi buona soltanto a raccogliere idee di superficie…ma invece fondamentale per dare un senso alla globalizzazione…? Ritornare al dialogo per tornare al senso è dunque uno degli scopi del nostro tentativo di viaggio, forse la nostra guida stessa la quale ci suggerisce oltretutto di non credere a tante malsane storie sature di “centri radicali” e post-moderne “terze vie”[3]…e neppure in fantomatiche morti degli ideali e delle utopie, che non muoiono fintanto che c’è qualcuno, fosse pure uno solo, a tenerle in vita per la fortuna di tutti.
Luogo del dialogo è dunque l’Agorà, piazza del mercato e della divagazione, luogo primo e primo punto per una regionalizzazione essenziale...solo e nuovamente nella Polis, in cui l’Agorà può svilupparsi, si potrà abbracciare la gioia di un confronto umano fatto di sguardi e di parole dette anche tacendo…Polis per un incontro inaspettato eppure importante sulla via dell’umana comprensione…Ricostituire tali ambienti, tali punti d’aggregazione costruttiva in cui dibattere e al tempo stesso liberare la creazione, è un ulteriore impegno per una alternativa alla globalizzazione capitalistica, alternativa che trova il suo perno ideologico in un rinnovato e più radicale tentativo di non voler sottostare al “pensiero unico”[4] di questo fine millennio. Appare chiaro infatti che è proprio il giogo di questo pensiero unico, il quale trova il suo ambiente ideale nel brodo primordiale dell’informazione e della presunta efficienza, a ridurre le possibilità di condurre scelte esistenziali, politiche e sociali che siano differenti da quelle standardizzate dal delirio finanziario. E nemmeno sfugge ai più accorti che le politiche nazionali e sovranazionali tendono a gestire questo sistema in piena crisi, crisi ecologica, demografica, di stabilità[5], senza nessuna reale volontà di modificarne le vacillanti fondamenta fino a che è possibile specularvi sopra e mantenere un così elevato tenore di vita. Compreso questo dunque, ancora più convincente ci appare la necessità della ricostruzione di una Polis e di una Agorà che, per il fatto stesso di essere entità locali e fuori mercato possono invertire la tendenza creando una pur piccola cateratta nel grande fiume del disinganno. Essere gettati per questo nel paniere della “sub-politica”, come qualcuno la chiama[6], o nella foresta delle “zone temporaneamente autonome”, come qualcun altro dice[7], a noi non fa dispiacere alcuno perché vorrà dire che tenteremo di unirci in una Federazione sempre più ampia e sempre più libera da facili strumentalizzazioni di sorta. Siamo anche consci che forse ci è capitato in sorte un momento storico di sola preparazione ad un mondo nuovo e giusto…e forse è rinato, perché mai morto, il mito dei titani destinati comunque alla sconfitta e alla resa, al fegato martoriato, e all’immobilità sulle montagne, ma confidiamo nel fatto che ogni fallimento su questa strada possa essere visto come una preparazione del terreno per il prossimo passo, passo che potrà essere quello di qualcun altro, ma questa volta più sicuro nel cammino…piccole casematte d’avanguardia o piccoli legni lanciati al di là di brumose colonne d’Ercole e non più ritornati…fino a quando si scoprirà, un giorno, l’importanza che ebbero questi tentativi di civiltà e qualche anima sincera comprenderà bene che ne è comunque debitrice…E non c’è pericolo di presunzione perché crediamo in quello che diciamo e mai nessuna sconfitta potrà smentirci o farci abbandonare la nostra tensione verso la felicità…perché in fondo è la felicità che ricerchiamo, come tutti, la felicità di vivere una vita che sia d’idee e di passioni. Se non esiste appello, non può esistere attesa, la felicità va perseguita adesso e senza esitazione…perseguire la felicità è di gran lunga più rischioso che rimanere ad attenderla, ma non c’è tempo per attendere qualcosa che va conquistata bruciandosi…e bruciarsi non permette ad altri di darci alle fiamme. Dunque persevereremo nella lotta per smascherare l’inganno che sta dietro alla volontà di creare un mondo “a norma”. Contro le regole iperigieniste studiate appositamente per salvaguardare l’interesse delle grandi distribuzioni e affossare così tradizioni e riti locali ancora una volta in onore ad una globalizzazione che è la morte delle differenze reali e vissute. Una morte di questo tipo potrà generare soltanto spazi angusti dove salvaguardare il diverso, così che credenze un tempo diffuse capaci di fare la cultura di altri popoli le si potranno osservare scolorirsi in zoo senza vita oppure di fronte a qualche video senza che nessun esperienza ci tocchi…dopo la riproducibilità dell’arte dunque, quella, ancora più spaventosa, delle culture altre. E persevereremo contro la pratica dell’estrapolazione da ogni contesto, estrapolazione che non vuole ottenere l’effetto sempre fecondo dell’estraniamento, fecondo perché generatore di una sensazione di malessere necessaria alla volontà di comprendere, ma che tenta, al contrario, di arrestare ogni capacità critica: di fronte ad un perpetuo “già visto” codificato dai media, quale emozione potrà più esistere? E persevereremo senz’altro, persevereremo fino a che ne avremo la forza, persevereremo ancora meglio se qualcuno si assocerà nella lotta così da dire che non si è più soli, persevereremo fino alla Rivolta se sarà necessario, perché la Rivolta è il lato pratico di ogni teoria di cambiamento[8]…persevereremo e non sarà sufficiente.


[1] Bhaktapur è un piccolo villaggio a pochi chilometri da Kathmandu, in Nepal. La sua caratteristica è quella di possedere ancora un’atmosfera d’altri tempi: edifici in legno e mattoncini rossi si susseguono lungo strade sgombre da auto e McDonald’s in cui tantissimi bambini giocano indisturbati con i loro grandi aquiloni di carta. Le imponenti stupe, templi buddisti dai tetti sovrapposti capaci di accendersi di rosso al sole del tramonto, sono il magico e degno contorno a questo paradiso in terra.

[2] Ciò che noi intendiamo per Significato merita qui di essere approfondito.
Nel frammento numero 93 Eraclito afferma: ”Il Signore, di cui a Delfi è l’oracolo, non parla e non cela, ma significa”.
Ora, Eraclito è il campione della contraddizione e della poca chiarezza e non per niente venne detto “l’oscuro” da Diogene Laerzio. Ma la sua oscurità è tuttavia necessaria e irrinunciabile giacché egli si riferisce ad un discorso sull’enigma dell’esistenza che non prevede, proprio per la sua complessità, enunciati veri o falsi. Ad un enigma ci si può solo avvicinare tentando di disvelarlo senza però enunciarlo, cioè dirlo, semplificarlo, ridurlo ad enunciazioni di cui ricerchiamo la linearità come accade nella logica formale. Un enigma, per non semplificarlo e dunque falsarlo, si può solo significare. Kandinskij sosteneva a ragione che al mistero è possibile rispondere con il mistero se non si vuole perdere del tutto la verità che in quel mistero è contenuta. Il dialogo allora, inteso come sinonimo di ricerca e soprattutto come luogo deputato al disvelamento, diviene uno strumento fondamentale per una comprensione che non sia né riduttiva né semplicemente mirata alla risoluzione di problemi, ma anzi al loro continuo porsi in atto. Il Processo che in questo dialogo per il significato si viene a creare assume dunque un valore fondamentale. Se non è possibile fermarsi all’enunciazione del vero o del falso e se non esiste più, poiché non può sussistere, la tensione verso una risoluzione finale del problema, solo il Processo e tutte le fasi che lo compongono divengono a questo punto realmente essenziali. Le mere informazioni, di cui il mondo moderno è così ricco - ad esempio Internet - se non vengono inserite in questo processo per il disvelamento dell’essere, sono perfettamente assimilabili a semplici enunciazioni lasciando così cadere l’importanza che hanno per la comprensione.

[3] Ci si riferisce qui alle analisi che Anthony Giddens ha condotto sull’attuale stato della socialdemocrazia.

[4] “Pensiero unico”, ovvero visione del mondo che si nutre di tutte quelle speculazioni legali e mentali in grado di donare a chi lo abbraccia lo status di persona attiva, concreta, efficiente e ben informata sui fatti…ma ben poco sui contenuti.

[5] Il problema della gestione della crisi, una crisi che investe ovviamente tutto il sistema Mondo e che spazia dal progressivo riscaldamento terrestre fino all’instabilità sociale generata da migrazioni di massa, recrudescenze dei conflitti etnici, terrorismo, ecc., è sapientemente messo in luce dall’economista egiziano Samir Amin nel suo libro “Il capitalismo nell’era della globalizzazione”.

[6] Cfr. Anthony Giddens.

[7] Cfr. Hakim Bey, “TAZ, Zone Temporaneamente Autonome”.

[8] “La rivolta, in senso etimologico, è un voltafaccia. In essa, l’uomo che camminava sotto la sferza del padrone, ora fa fronte. Oppone ciò che è preferibile a ciò che non lo è . Non tutti i valori trascinano con sé la rivolta , ma ogni moto di rivolta fa tacitamente appello ad un valore. Si tratta almeno di un valore?
Per quanto confusamente, dal moto di rivolta nasce una presa di coscienza: la percezione, ad un tratto sfolgorante, che c’è nell’uomo qualche cosa con cui l’uomo può identificarsi, sia pure temporaneamente. Questa identificazione, fin qui , non era realmente sentita.[…] La coscienza viene alla luce con la rivolta. […] Per essere, l’uomo deve rivoltarsi, ma la sua rivolta deve rispettare il limite che scopre in se stessa: limite nel quale gli uomini, venendo a raggiungersi, cominciano ad essere. Il pensiero informato alla rivolta non può dunque prescindere dalla memoria: esso è tensione perpetua. Seguendolo nelle opere e negli atti, dovremo dire, ogni volta, se rimanga fedele alla sua primitiva nobiltà oppure, per stanchezza e pazzia, se ne scordi, in un’ebbrezza di tirannia o di servitù.
Intanto, ecco il primo progresso che lo spirito di rivolta fa compiere ad una riflessione da principio compenetrata dell’assurdità e dall’apparente sterilità del mondo.
Nell’esperienza, assurda, la sofferenza è individuale. A principiare dal moto di rivolta, essa ha coscienza di essere collettiva, è avventura di tutti. Il primo progresso di uno spirito intimamente straniato sta dunque nel riconoscere che questo suo sentirsi straniero, lo condivide con tutti gli uomini, e che la realtà umana, nella sua totalità, soffre di questa distanza rispetto a se stessa e al mondo. Il male che un solo uomo provava diviene peste collettiva. In quella che è la nostra prova quotidiana, la rivolta svolge la stessa funzione del 'cogito' nell’ordine del pensiero: è la prima evidenza. Ma questa evidenza trae l’individuo dalla sua solitudine. È un luogo comune che fonda su tutti gli uomini il primo valore. Mi rivolto, dunque siamo.” (Albert Camus)