Dallalto di Akash Bhairab Mandir si scorgeva Taumadhi Tole
in lieve pendenza, non era ancora sera e il caldo frastornante
aveva cessato il suo abbraccio
a est, imboccando la via per
Tachupal Tole, pochi yogin al riparo tenevano aperti sulle ginocchia
libri vedici e incommensurabili spazi di tempo
sorseggiavamo
black tea ed era il nostro giorno
sapevamo della fortuna
di essere capitati là dove il destino possiede un suo particolare
senso, là dove era soltanto laltrove a cedere il
passo ad ogni vana ossessione del nulla
preoccupati di non
dimenticare sapevamo, forse per la prima volta, riconoscere la
felicità nel suo più recondito aspetto
eravamo
vicini, intimamente percorsi da quellassenza di timore,
costretti in noi stessi e ad una condivisione senza limiti
potevamo
percepire distintamente lindividualità ed una comunione
vitale che non ci avrebbe mai più abbandonati.
Bhaktapur[1], dunque, ci aveva accolti,
ci aveva piano piano baciati fino in fondo allo spirito e restituiti
ai nostri discorsi come cavalieri nudi e possenti, abili nella
lotta come la saggezza lo sa essere nella dialettica, nuovi
e
soprattutto vivi. È stato allora che una malattia ha infettato
il nostro sangue
là nel paese in cui la morte e la
vita sanno camminare fianco a fianco, noi avevamo bisogno di un
sogno per non dover soccombere allestinzione della gioia
la
nostra opportunità, dopo fiabe difficili da credere, ma
così umane, così violentemente vicine al cuore,
dopo Dee viventi e marijuana, vette misteriose a cui il silenzio
sa portare un rispetto estatico così difficile da non ascoltare,
dopo interminabili e sconnessi pellegrinaggi nella furia del monsone
eravamo
giunti finalmente là dove saremmo voluti giungere da sempre
Si
era aperta lidea di poter in qualche modo dare alla nostra
ascesa in terra un significato maggiore, un destino diverso da
quello maleolente che relega il sogno alle ore della notte, il
nostro voleva essere un sogno capace di possederci fino alla fine
perché
era lì che le contraddizioni sapevano sprigionare per intero
il loro carico dalienata distruzione dellesistenza,
era lì che si comprendeva senza mezzi termini quali terribili
responsabilità il sistema sociale occidentale si porta
con sé, era lì che si comprendeva come capitalismo
e neocolonialismo sapessero per sola avidità e miopia,
disintegrare passioni millenarie, ancestrali tradizioni, ma soprattutto
disintegrare la nostra capacità di sognare
Dovevamo
forse uscire dal giardino per comprendere che leterodirezione,
la guida del grande fratello mercato, avesse in seno la nostra
felicità
noi non volevamo il suo calore, noi non volevamo
il suo latte
e sorseggiavamo tea, e parlavamo, e sapevamo
appartenerci per intero
Lincauta dimostrazione della
libertà che quel sentire ci procurava, forse per la distanza
o il pervasivo esotismo dodori speziati, ha permesso in
noi di ricominciare ad essere intimamente uomini, né più
né meno che animali utopici
e mano a mano che la sera
calava sugli spioventi delle stupe ed il legno intarsiato di Til
Mahadev Narayan si colorava di rosso, giungevano dal basso le
grida di vetro dei bambini e le figure nel vento dei loro aquiloni
gialli
per noi, seduti nella confortevole penombra, il continente
indiano non ci aveva dischiuso il mistico mondo dello spirito,
ma quello contingente dellumana volontà di cambiamento
era
la sintesi di una analisi a lungo condotta e terminata nella chiara
coscienza che niente e nessuno può impedire ad una sincera
tensione di esprimersi, che la perseveranza è lunico
reale discrimine tra il sogno e labbaglio
Così, dunque, nacque la prima idea della Fabbrica del Sole
in
questa densa atmosfera prese il via un viaggio che ancora perdura
tra
le ali della divagazione era nato forse un nuovo destino
E
sapevamo per certo ciò contro cui opporci, ciò contro
cui scagliare il nostro malessere
due totemici mostri ci
si paravano innanzi: gli occhi sporgenti della globalizzazione
e lumida lingua del consumo continuo
dovevamo pur sognare
di abbattere entrambi per non rimanere stesi al freddo della loro
ombra
dovevamo per prima cosa schiodarci dallerrore
di considerare sempre troppo labile la forza della propria volontà
credevamo
per contro nellimportanza del dialogo nel sapere perché
chiara ci appariva lenorme presa in giro di tutto questo
diluvio dinformazione
avevamo imparato a distinguere
la differenza tra sapere e informazione e avevamo compreso che
questultima è solo una chimera senza la capacità
critica a cui il primo può condurre
essere liberi
nellinformazione non presuppone in nessun modo esserlo anche
nel sapere, sapere che nasce dal dialogo e dal Significato[2]
che da esso scaturisce
Dunque attenzione estrema alla lentezza
della analisi e allancora più lento successivo Processo
di sintesi, così essenziale al fine di evitare lingenua
caduta nella semplificazione degli eventi
e cosa centra
tutto questo con lefficienza, parola per noi buona soltanto
a raccogliere idee di superficie
ma invece fondamentale per
dare un senso alla globalizzazione
? Ritornare al dialogo
per tornare al senso è dunque uno degli scopi del nostro
tentativo di viaggio, forse la nostra guida stessa la quale ci
suggerisce oltretutto di non credere a tante malsane storie sature
di centri radicali e post-moderne terze vie[3]
e
neppure in fantomatiche morti degli ideali e delle utopie, che
non muoiono fintanto che cè qualcuno, fosse pure
uno solo, a tenerle in vita per la fortuna di tutti.
Luogo del dialogo è dunque lAgorà, piazza
del mercato e della divagazione, luogo primo e primo punto per
una regionalizzazione essenziale...solo e nuovamente nella Polis,
in cui lAgorà può svilupparsi, si potrà
abbracciare la gioia di un confronto umano fatto di sguardi e
di parole dette anche tacendo
Polis per un incontro inaspettato
eppure importante sulla via dellumana comprensione
Ricostituire
tali ambienti, tali punti daggregazione costruttiva in cui
dibattere e al tempo stesso liberare la creazione, è un
ulteriore impegno per una alternativa alla globalizzazione capitalistica,
alternativa che trova il suo perno ideologico in un rinnovato
e più radicale tentativo di non voler sottostare al pensiero
unico[4] di questo fine millennio.
Appare chiaro infatti che è proprio il giogo di questo
pensiero unico, il quale trova il suo ambiente ideale nel brodo
primordiale dellinformazione e della presunta efficienza,
a ridurre le possibilità di condurre scelte esistenziali,
politiche e sociali che siano differenti da quelle standardizzate
dal delirio finanziario. E nemmeno sfugge ai più accorti
che le politiche nazionali e sovranazionali tendono a gestire
questo sistema in piena crisi, crisi ecologica, demografica, di
stabilità[5], senza nessuna
reale volontà di modificarne le vacillanti fondamenta fino
a che è possibile specularvi sopra e mantenere un così
elevato tenore di vita. Compreso questo dunque, ancora più
convincente ci appare la necessità della ricostruzione
di una Polis e di una Agorà che, per il fatto stesso di
essere entità locali e fuori mercato possono invertire
la tendenza creando una pur piccola cateratta nel grande fiume
del disinganno. Essere gettati per questo nel paniere della sub-politica,
come qualcuno la chiama[6], o nella
foresta delle zone temporaneamente autonome, come
qualcun altro dice[7], a noi non
fa dispiacere alcuno perché vorrà dire che tenteremo
di unirci in una Federazione sempre più ampia e sempre
più libera da facili strumentalizzazioni di sorta. Siamo
anche consci che forse ci è capitato in sorte un momento
storico di sola preparazione ad un mondo nuovo e giusto
e
forse è rinato, perché mai morto, il mito dei titani
destinati comunque alla sconfitta e alla resa, al fegato martoriato,
e allimmobilità sulle montagne, ma confidiamo nel
fatto che ogni fallimento su questa strada possa essere visto
come una preparazione del terreno per il prossimo passo, passo
che potrà essere quello di qualcun altro, ma questa volta
più sicuro nel cammino
piccole casematte davanguardia
o piccoli legni lanciati al di là di brumose colonne dErcole
e non più ritornati
fino a quando si scoprirà,
un giorno, limportanza che ebbero questi tentativi di civiltà
e qualche anima sincera comprenderà bene che ne è
comunque debitrice
E non cè pericolo di presunzione
perché crediamo in quello che diciamo e mai nessuna sconfitta
potrà smentirci o farci abbandonare la nostra tensione
verso la felicità
perché in fondo è
la felicità che ricerchiamo, come tutti, la felicità
di vivere una vita che sia didee e di passioni. Se non esiste
appello, non può esistere attesa, la felicità va
perseguita adesso e senza esitazione
perseguire la felicità
è di gran lunga più rischioso che rimanere ad attenderla,
ma non cè tempo per attendere qualcosa che va conquistata
bruciandosi
e bruciarsi non permette ad altri di darci alle
fiamme. Dunque persevereremo nella lotta per smascherare linganno
che sta dietro alla volontà di creare un mondo a
norma. Contro le regole iperigieniste studiate appositamente
per salvaguardare linteresse delle grandi distribuzioni
e affossare così tradizioni e riti locali ancora una volta
in onore ad una globalizzazione che è la morte delle differenze
reali e vissute. Una morte di questo tipo potrà generare
soltanto spazi angusti dove salvaguardare il diverso, così
che credenze un tempo diffuse capaci di fare la cultura di altri
popoli le si potranno osservare scolorirsi in zoo senza vita oppure
di fronte a qualche video senza che nessun esperienza ci tocchi
dopo
la riproducibilità dellarte dunque, quella, ancora
più spaventosa, delle culture altre. E persevereremo contro
la pratica dellestrapolazione da ogni contesto, estrapolazione
che non vuole ottenere leffetto sempre fecondo dellestraniamento,
fecondo perché generatore di una sensazione di malessere
necessaria alla volontà di comprendere, ma che tenta, al
contrario, di arrestare ogni capacità critica: di fronte
ad un perpetuo già visto codificato dai media,
quale emozione potrà più esistere? E persevereremo
senzaltro, persevereremo fino a che ne avremo la forza,
persevereremo ancora meglio se qualcuno si assocerà nella
lotta così da dire che non si è più soli,
persevereremo fino alla Rivolta se sarà necessario, perché
la Rivolta è il lato pratico di ogni teoria di cambiamento[8]
persevereremo
e non sarà sufficiente.
[1] Bhaktapur è un piccolo
villaggio a pochi chilometri da Kathmandu, in Nepal. La sua caratteristica
è quella di possedere ancora unatmosfera daltri
tempi: edifici in legno e mattoncini rossi si susseguono lungo
strade sgombre da auto e McDonalds in cui tantissimi bambini
giocano indisturbati con i loro grandi aquiloni di carta. Le imponenti
stupe, templi buddisti dai tetti sovrapposti capaci di accendersi
di rosso al sole del tramonto, sono il magico e degno contorno
a questo paradiso in terra.
[2]
Ciò che noi intendiamo per Significato merita qui di essere
approfondito.
Nel frammento numero 93 Eraclito afferma: Il Signore, di cui a Delfi è loracolo, non parla e non cela, ma significa.
Ora, Eraclito è il campione della contraddizione e della poca chiarezza e non per niente venne detto loscuro da Diogene Laerzio. Ma la sua oscurità è tuttavia necessaria e irrinunciabile giacché egli si riferisce ad un discorso sullenigma dellesistenza che non prevede, proprio per la sua complessità, enunciati veri o falsi. Ad un enigma ci si può solo avvicinare tentando di disvelarlo senza però enunciarlo, cioè dirlo, semplificarlo, ridurlo ad enunciazioni di cui ricerchiamo la linearità come accade nella logica formale. Un enigma, per non semplificarlo e dunque falsarlo, si può solo significare. Kandinskij sosteneva a ragione che al mistero è possibile rispondere con il mistero se non si vuole perdere del tutto la verità che in quel mistero è contenuta. Il dialogo allora, inteso come sinonimo di ricerca e soprattutto come luogo deputato al disvelamento, diviene uno strumento fondamentale per una comprensione che non sia né riduttiva né semplicemente mirata alla risoluzione di problemi, ma anzi al loro continuo porsi in atto. Il Processo che in questo dialogo per il significato si viene a creare assume dunque un valore fondamentale. Se non è possibile fermarsi allenunciazione del vero o del falso e se non esiste più, poiché non può sussistere, la tensione verso una risoluzione finale del problema, solo il Processo e tutte le fasi che lo compongono divengono a questo punto realmente essenziali. Le mere informazioni, di cui il mondo moderno è così ricco - ad esempio Internet - se non vengono inserite in questo processo per il disvelamento dellessere, sono perfettamente assimilabili a semplici enunciazioni lasciando così cadere limportanza che hanno per la comprensione.
[3]
Ci si riferisce qui alle analisi che Anthony Giddens ha condotto
sullattuale stato della socialdemocrazia.
[4]
Pensiero unico, ovvero visione del mondo che si nutre
di tutte quelle speculazioni legali e mentali in grado di donare
a chi lo abbraccia lo status di persona attiva, concreta, efficiente
e ben informata sui fatti
ma ben poco sui contenuti.
[5]
Il problema della gestione della crisi, una crisi che investe
ovviamente tutto il sistema Mondo e che spazia dal progressivo
riscaldamento terrestre fino allinstabilità sociale
generata da migrazioni di massa, recrudescenze dei conflitti etnici,
terrorismo, ecc., è sapientemente messo in luce dalleconomista
egiziano Samir Amin nel suo libro Il capitalismo nellera
della globalizzazione.
[6]
Cfr. Anthony Giddens.
[7]
Cfr. Hakim Bey, TAZ, Zone Temporaneamente Autonome.
[8]
La rivolta, in senso etimologico, è un voltafaccia.
In essa, luomo che camminava sotto la sferza del padrone,
ora fa fronte. Oppone ciò che è preferibile a ciò
che non lo è . Non tutti i valori trascinano con sé
la rivolta , ma ogni moto di rivolta fa tacitamente appello ad
un valore. Si tratta almeno di un valore?
Per quanto confusamente, dal moto di rivolta nasce una presa di coscienza: la percezione, ad un tratto sfolgorante, che cè nelluomo qualche cosa con cui luomo può identificarsi, sia pure temporaneamente. Questa identificazione, fin qui , non era realmente sentita.[
] La coscienza viene alla luce con la rivolta. [
] Per essere, luomo deve rivoltarsi, ma la sua rivolta deve rispettare il limite che scopre in se stessa: limite nel quale gli uomini, venendo a raggiungersi, cominciano ad essere. Il pensiero informato alla rivolta non può dunque prescindere dalla memoria: esso è tensione perpetua. Seguendolo nelle opere e negli atti, dovremo dire, ogni volta, se rimanga fedele alla sua primitiva nobiltà oppure, per stanchezza e pazzia, se ne scordi, in unebbrezza di tirannia o di servitù.
Intanto, ecco il primo progresso che lo spirito di rivolta fa compiere ad una riflessione da principio compenetrata dellassurdità e dallapparente sterilità del mondo.
Nellesperienza, assurda, la sofferenza è individuale. A principiare dal moto di rivolta, essa ha coscienza di essere collettiva, è avventura di tutti. Il primo progresso di uno spirito intimamente straniato sta dunque nel riconoscere che questo suo sentirsi straniero, lo condivide con tutti gli uomini, e che la realtà umana, nella sua totalità, soffre di questa distanza rispetto a se stessa e al mondo. Il male che un solo uomo provava diviene peste collettiva. In quella che è la nostra prova quotidiana, la rivolta svolge la stessa funzione del 'cogito' nellordine del pensiero: è la prima evidenza. Ma questa evidenza trae lindividuo dalla sua solitudine. È un luogo comune che fonda su tutti gli uomini il primo valore. Mi rivolto, dunque siamo. (Albert Camus)