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Raccontamento
Origini
Idee
Il Compost
Per Carta
FdS
190200


IDEE


‘UNA MERA SCIENZA DI FATTI NON PUO’ CHE GENERARE MERI UOMINI DI FATTO’[1]

Da molto ormai la condizione sociale attuale impone la nefanda convinzione per cui quella esistente sia l’unica soluzione di organizzazione possibile. L’idea dell’alternativa appare sempre più come caratteristica mentale di sognatori o visionari che camminano in giardini fioriti troppo lontani dalla realtà effettiva delle cose. Certamente per la sicurezza delle proprietà (materiali e intellettuali) dei singoli è essenziale che si possa dare dell’utopista a chi si muove nel tentativo del cambiamento, e nel mondo della produzione e del mercato è essenziale far lievitare questa visione del mondo per avere via libera a tutte le speculazioni previste ed occasionali. A fronte di tanti studi critici sul funzionamento sociale e a fronte, soprattutto, di tanti governi di sinistra in Europa, sta passando una rappresentazione sociale del modo di essere in comunità, oggi comunità mondo, di un solo tipo: spengleriana. La società è cioè un organismo unico e le manifestazioni che la rendono viva, vale a dire quelle artistiche, scientifiche, filosofiche, ecc., non hanno nessun significato al di fuori di essa e sono necessarie solamente per il suo mantenimento costante nel tempo. Non esiste nessuna possibilità di scelta e nessun cambiamento di fronte al destino che la anima. L’uomo allora deve possedere l’abilità e la sottomissione necessarie, una volta riconosciuto quale effettivamente sia il destino della società in cui egli si dibatte, per seguirne la direzione e godere del successo eventuale che questa pratica può consegnargli. “Non abbiamo la libertà di realizzare questo o quello, ma la libertà di fare ciò che è necessario o nulla; ed un compito che la necessità della storia ha posto verrà risolto con il singolo o contro di esso.”[2], ora, ciò che è necessario è ciò che è dettato dal destino dell’organismo sociale.
Questa idea è l’idea dominante oggi.
Lo sforzo che si sta compiendo per affondare l’uomo nell’unidimensionalità della specializzazione ne è un chiaro esempio. Far passare la specializzazione per competenza scientifica irrinunciabile e fare in modo che il tempo necessario alla sua acquisizione si dilati sempre di più, significa, di fatto, lasciare l’organizzazione sociale abbandonata, per così dire, a sé stessa e cioè libera di seguire il destino che la aspetta: questo destino, in questo momento storico, è quello della “lotta per la sopravvivenza nel mercato”. Il dividi et impera un tempo applicato ai vari nazionalismi, è oggi stato trasferito alla cultura con conseguenze ben peggiori. In effetti se un tempo esisteva una regia che guidava il meccanismo di potere applicando delle ideologie precise e questa regia poteva essere contrastata da gruppi di persone organizzate, oggi la diffusione del potere è così capillare che il sistema non possiede nessuna idea o ideologia, benevola o malevola che sia, da seguire. Il sistema si automantiene sulle basi del profitto di mercato seguendo una spirale divoratrice di umanità proprio in virtù del fatto che la specializzazione culturale ha fatto sì che non si possa trovare più la forza per opporvisi. È chiaro che nessuna logica del profitto può essere intesa come ideologia proprio perché essa è più vicina all’istintualità e perché il potere da essa emanato è un potere non solo diffuso, ma volatile e cangiante, sciolto tra le speculazioni borsistiche e gli affarismi di società sempre nuove o sempre rinnovate. Da una parte dunque, quella culturale, esiste una incapacità di critica per mancanza di dialogo e impossibilità di aggregazione e dall’altra un darwinismo finanziario selvaggio che serve in parte a finanziare questa stessa specializzazione. Al di sopra di tutto nessuna idea o ideologia, ma solo la pura istintualità del profitto. Il progresso tanto vantato può allora solo essere ascritto alla tecnologia (e come potrebbe essere il contrario se si spendono così tante risorse nella specializzazione), mentre la mentalità primitiva della ‘struggle for life’ è sopravvissuta nella sostanza. In questa prospettiva la responsabilità della scienza, divenuta altro che tecnoscienza, è notevole. La sua lotta per una oggettività quasi metafisica la rende difatti completamente sovrapponibile al metodo usato annullando in questo modo qualunque possibilità di ‘scantonamento critico’. Questa presunta veridicità in­-sé la pone al di sopra del sistema delle tensioni sociali, distante e lontana come un nuovo Olimpo. Questioni che afferiscono al cambiamento o al miglioramento dei rapporti tra gli uomini vengono tacciate di immaginismo, a meno che non possano essere verificate obiettivamente. Ma come è possibile che ciò succeda? Il trasferimento del Senso (telos) in metodo, dunque, non può che allontanare sempre di più l’uomo da quello che Husserl definisce il ‘mondo della vita’[3]. Il mondo cioè della complessa ricerca di significato in cui la scienza non può e non deve prendere il posto della filosofia, lasciando così in eredità il nulla esistenziale della specificità obiettivamente spiegabile. ‘Non facciamo che chiedere il ‘come’. Anche quando chiedere non serve, dal momento che non servirebbe neppure sapere. Anche quando non c’è nessuna tangibile realtà, quando ogni verità che riusciamo a cogliere non è che un infimo dettaglio di qualcosa di così imperscrutabilmente grande che non riusciremo mai a comprenderlo. Sì, dovremmo pur sapere che esistono molte cose che non sono fatte per essere conosciute, che se le capissimo diverrebbero inutili, mentre, restando imperscrutabili, possono servirci. Eppure dobbiamo indagare! Mentre ce ne solo molte altre che sono di ben più grande importanza per noi, senza le quali non potremmo vivere, che dovrebbero dare alla nostra esistenza il suo unico vero valore – e che noi trascuriamo.
Siamo come bambini che fanno a pezzi i loro giocattoli. E crediamo che sia per quello che siamo fatti, e che continueremo a farlo, perché è più divertente.
Se andiamo avanti così senza che nessuno ce lo impedisca, riusciremo mai alla fine a rimetterli insieme? E avremo la stessa semplice gioia per ‘ciò che rappresentano’? perché è ‘ciò che rappresentano’ che è comunque in realtà per noi la cosa più importante’[4]. Ed è la cosa più importante proprio perché il gioco, essendo una complessità inoffensiva che sta per il reale, diviene per questo un passaggio importante in direzione della irriducibilità del significato complessivo simbolico all’enunciazione specificante.
L’informazione, linfa della globalizzazione, ecco che è solo una parte di una più complessa struttura, è solo il colore di un gioco, una singola ruota, un piccolo e minimo pezzo, ma dove è l’intera macchina? L’informazione non è nulla se non, in realtà, uno strumento del Sapere ed il Sapere presuppone un ‘sapere che cosa per che cosa’. L’informazione, di cui l’enunciazione è la sostanza, invece di divenire strumento del Sapere, diviene senso ultimo della specializzazione con in più l’opportunità e la facilità di poter essere trattata come merce e sottomessa alle leggi del mercato[5]. All’informazione è sufficiente l’enunciazione, tanto quanto al Sapere risulta essenziale il Significato. Ma parlare di Significato impone d’improvviso l’apertura della pesante porta del dubbio, dell’abbandono della chiarezza, del confronto senza tempo. In effetti è possibile enunciare solo ciò di cui si ha certezza, solo ciò che è chiaro ai nostri occhi, apofantico, nero o bianco, solo un tassello sviscerato dall’intero contesto, passato al microscopio dell’invenzione obiettiva, destinato a rimanere là dove lo si è analizzato e che non ritrova infine più il suo posto nell’insieme. Significare presuppone invece (vedi Eraclito)[6], tentare la carta dello scopo, del senso, dell’essere qui per intero, con la coscienza che la complessità è tale da non permettere di utilizzare l’armatura dell’arroganza esplicativa. Di fronte all’enigma, cioè al semplice ‘mondo della vita’, non è possibile nessuna certezza, nessuna spiegazione, ma il continuo perdersi tra le pieghe del tentativo. Questo comporta il primato del dialogo sulla comunicazione nonché della lenta comprensione dell’esteso e della sua continua tensione verso il complessivo. In questo senso non può esistere un termine pre-fissato, un risultato a cui consacrare i propri sforzi, ma diviene essenziale il Processo che si compie nel dialogo e di cui il dialogo è estremo difensore. Il Processo possiede la caratteristica di un incamminarsi, di un concedersi aperto alla scoperta e dunque di un continuo porre attenzione all’intorno senza la difesa della fissazione. Per questo la coscienza di essere in un Processo elimina di fatto dal dialogo la necessità di una risoluzione impositiva: ‘è questo che costituisce la vera e propria realtà della comunicazione umana, che cioè il dialogo non cerchi di imporre l’opinione dell’uno contro l’opinione dell’altro, o non aggiunga l’opinione dell’uno all’opinione dell’altro come se si trattasse di un’addizione. Il dialogo trasmuta entrambi. Un dialogo riuscito è tale che non si può ricadere nel dissenso dal quale si è acceso. Quella comunanza, che è talmente comune da non essere la mia opinione e la tua opinione, quanto piuttosto la comune interpretazione del mondo, rende anzitutto possibile la solidarietà sia morale che sociale’[7]. Il dialogo come Processo in direzione della coscienza dell’inesprimibilità del Significato e tuttavia l’importanza della tensione verso la sua impossibile conquista, diviene il telos cercato entro cui le enunciazioni\informazioni assumono la valenza di mero strumento tra gli altri e non più il senso di Significato con cui ora tendono a fregiarsi. È qui importante notare che quando si parla di telos, cioè di fine o finalità si presuppone sempre una ‘dipendenza del processo dalle condizioni future invece che da quelle passate’[8], vale a dire l’inverso della casualità, concetto principe di una visione positivista. Ma il dialogo come Processo in direzione della coscienza dell’inesprimibilità del Significato e tuttavia l’importanza della tensione verso la sua impossibile conquista è, di fatto, Lotta proprio perché ‘la lotta, il cui significato è la virtù, non dipende da alcun risultato’[9]. Questa lotta che conduciamo entro il Processo e nel dialogo, cioè questa lotta verso il socialismo, noi non possiamo combatterla da soli, dal momento che è nel dia-logo che essa si forma e per questo stesso essa afferisce, senza esclusioni, al senso proprio del socialismo. Non combatterla da soli vuole dire non fermarsi ad essere mera enunciazione di se stessi, ma divenire al contempo significato e telos del proprio agire là dove il dialogo assume la sua valenza di apertura. Il processo di massificazione attuale è possibile proprio grazie al fatto che ogni singolo è per il contesto soltanto enunciazione (enunciazione dei propri bisogni indotti, delle proprie ricerche, delle proprie paure), una sorta di specializzazione vivente che rende non causale l’enorme inerzia che questa massa possiede. Tali enunciazioni, le quali afferiscono alla più individualistica delle sfere, sono facilmente tramutate in informazione da spandere per il mondo in nome di un livellamento globale senza l’impiccio di un disaccordo organizzabile. Ciò che l’ego-ismo può in verità scardinare è proprio il concetto di essere per l’informazione ponendo il limite del Significato tra sé e il resto. L’ego-ismo giungerebbe ad un risultato che non è più massificazione d’individui, ma confronto per la comprensione nel dialogo e per il significato. La sua lenta opera di spoliazione dell’individuo a favore dell’io potrebbe condurre ad una valutazione più accurata rispetto a ciò che riguarda il ‘mondo della vita’ e, di conseguenza, ad una capacità critica sicuramente maggiore. Ego-ismo, dunque, non nel senso di un privatistico accesso e possesso di un bene, ma arma contro una specializzazione umana, enunciativa e informativa che non può che impedire qualsiasi capacità aggregativa in direzione di un cambiamento e che non può non impedire una reale presa di coscienza con conseguente comune volontà di disporre di un’utopia. Quello che succede con la scienza ed il suo rapporto con l’esistenza (ciò di cui si è parlato in precedenza), ecco che accade allo stesso modo nel rapporto tra i singoli e la società; e questo anche a riprova del fatto che è falsa l’idea della scienza come altro dalla politica, qualcosa cioè di meno sporco e di più limpido. Ciò che la scienza dice, le idee che veicola, sono quelle che si tramutano in rappresentazione sociale e che contribuiscono ad una ben precisa visione del mondo, cioè danno corpo ad un insieme di provvedimenti ad essa funzionali…nient’altro che politica dunque.
Una situazione di questo tipo non può che negare la libertà, tranne la libertà di ciò che è codificato[10]. Vale a dire che non si può essere liberi se non dopo aver accettato di essere trasportati in catene nell’angusta cella del pensiero unico; la ribellione diviene questione di disadattamento o fallimento, il mimetismo sociale, al contrario, reale capacità di affermazione. La necessità di una ‘razionalità alternativa’, alternativa al rude razionalismo corrente, appare allora, oggi più che mai, una sfida che tutte le menti pensanti dovrebbero cogliere se non altro per dare un senso al loro vivere in società.
È essenziale allora riappropriarsi dell’’aura’ benjaminiana, cioè dell’intorno di un concetto, sia materiale che immateriale, per sostenerlo nella sua unicità e per soffermarsi nella riflessione per e su di esso; non accettare ancora oltre una passiva riproduzione che genera continua informazione; soffermarsi, ascoltare, saper tenere testa al tempo con un’inefficienza che libera dal giogo della produzione fine a se stessa, vanificare il gioco in atto dei microfascismi da consumo; puntare all’efficacia delle proprie idee intese come progettualità a lungo termine, in grado di sopravvivere all’avvenimento contingente, in grado soprattutto di non specularvi sopra ridefinendo così un processo sostenibile all’interno della lenta riappropriazione di sé. E riappropriarsi per essere felici. Non ci si deve mai dimenticare che la felicità non può che nascere da un ludico intendimento di ciò che ci corre intorno. Non ci si può dimenticare che la politica può divenire un volto di questo giocoso aspetto (ecco di nuovo il gioco). Essa può avvalersi di una dionisiaca forza capace di scardinare gli apparati di contenimento celati dietro ad un formalismo e ad una ufficialità prettamente burocratici. La provocazione, intesa come àtopon, cioè come fuori luogo, come aspetto al di là dell’atteso che ispira il dubbio e la ricerca, che ispira l’alternativa, può e deve far parte integrante di questa lucidissima ebbrezza.
Nell’ambito di tali idee è nata la Fabbrica del Sole (confronta ‘Origini’), per dar loro voce e concretezza, per riuscire a definirle e costruirle in un organico respiro capace di ossigenare meglio l’esistenza. La FDS vorrebbe essere un passo in direzione di un’alternativa, essenziale alla creazione di quel diverso pensare che ci allontani non solo da Spengler, ma anche dalla disumana condizione di operai del capitale in cui ci stiamo calando. Lo sforzo principale è quello di possedere efficacia, vale a dire una progettualità capace di rendere possibile e fertile il Processo iniziato. Arrivare a creare uno spazio nuovo nel quale collettivismo e libertà possano coniugarsi affinché si possa affermare che ha avuto un senso il nostro passaggio e, soprattutto, affinché si possa creare un Esempio, un Modello, da seguire in futuro. Creare una rete di progetti significativi, e reinvestire gli utili in altrettanti progetti di forza per noi dirompente. Il senso dovrà essere la dimostrazione che valori come la felicità, il ben-essere, l’appagamento o quant’altro possono essere raggiunti senza violentare l’umanità di nessuno, anzi, che essi possono essere raggiunti soltanto senza aver sacrificato questa umanità, cioè senza l’alienazione del non sapere nulla sul perché e sul che cosa dell’essere operai del capitale. Il reinvestire in nuovi progetti, vuol dire non assassinare la creatività e far funzionare a pieno ritmo il motore onirico dei sogni. Il pensiero di poter giungere ad uno stadio in cui il reinvestire in beni collettivi, cioè fruibili da tutti, da cui tutti possano trarre beneficio, è il binario sul quale ci muoviamo, la meta a cui tendiamo…non ci interessa il guadagno fine a se stesso, ci interessano le Idee e di conseguenza i mezzi per realizzarle in tempi accettabili.
Ad ognuno che lavorerà ai progetti della Fabbrica dovrà essere garantito, in un futuro più prossimo possibile, un salario che sarà un salario minimo, cioè sufficiente per vivere. Quello che è in più verrà suddiviso in due parti distinte: una da versare nella ‘Cassa Progetti’ la quale servirà a finanziare nuove idee, e l’altra nella ‘Cassa Comune’, che contribuirà all’acquisto di beni collettivi (case, macchine,…). È ovvio che i nuovi progetti, sui quali è bene operi sempre un gruppo di più persone, dovranno necessariamente avere la capacità di convogliare fondi alle casse, ma questo non deve diventare il fine ultimo. Ai partecipanti a progetti validi (la validità sarà stabilita dall’Agorà e dall’Avanguardia insieme, vedi oltre), che però non sono in grado di portare beneficio materiale, la ‘Cassa Progetti’ dovrà comunque garantire un salario minimo in quanto produttori di pensiero, idee, tentativi o critica. L’affanno per il guadagno non dovrà più esistere e tantomeno l’eccessiva prostituzione di tempo al suo servizio.
La FDS, nata come associazione culturale, sta tentando di organizzarsi al suo interno, almeno informalmente, per rimanere fedele ai suoi ideali di inefficienza, apertura, confronto nel dialogo, efficacia, gioia dionisiaca, ego-ismo, a-specializzazione, collettivismo. Per questo la divisione che sussiste è quella tra Avanguardia, di chiaro stampo leninista, Agorà, dall’antica Grecia, e Tecnìa; vale a dire tre storiche tappe dell’organizzazione sociale che l’uomo ha prodotto e con le quali si è confrontato (vedi ‘Raccontamento interno’). Noi intendiamo l’Avanguardia come luogo della crescita continua di coscienza e come casa del confronto, ma ancor più come gruppo di menti capaci di tenere alta una progettualità a lungo termine, al di sopra delle parti e che combatta miopie di ogni genere. Ora, è chiaro che tutto questo deve afferire alle idee proposte piuttosto che ai singoli individui, ma solo i singoli individui possono essere in grado di mantenere sempre attive le energie che queste idee sprigionano ed incanalarle in condotti ben costruiti e solidi. E’ per questo che pare preferibile individuare e mantenere le persone che incarnano l’Avanguardia salde al loro posto e delegare loro il potere della lungimiranza. Questo sarà un lavoro difficile e faticoso perché è palese che “per diventare una forza politica (in senso ampio) agli occhi del pubblico non basta appiccicare l’etichetta ‘avanguardia’ a una teoria e a una pratica da retroguardia, ma bisogna lavorare molto e tenacemente, per elevare la nostra coscienza, il nostro spirito di iniziativa e la nostra energia”[11].
La principale caratteristica dell’Avanguardia sarà quella di presentarsi, dunque, come un organismo abile e aperto, calato nella società e non da essa alienato, pronto a elaborare teorie e critiche e, soprattutto, con il compito di costruire la linea di pensiero che le idee nate dovranno seguire…Il tentativo di completezza dovrà essere issato sull’albero della prassi così che i suoi membri siano costantemente a conoscenza ognuno di tutto ciò che accade e non dovranno esistere aree di specifica competenza al suo interno, tutt’al più dei meri referenti. Sarà perciò inammissibile, in seno all’Avanguardia, la creazione di gruppi autonomi o che autonomamente lavorino senza farlo presente agli altri membri.
L’Avanguardia non ha potere decisionale dal momento che ogni sua decisione deve essere vagliata e discussa da Agorà e Tecnici, ma sarà lei e sotto sua piena responsabilità, a dare infine il via ad ogni progetto del quale dovrà chiarire sempre i mezzi per portarlo a termine, il Fine e l’Efficacia (cioè il suo specifico ruolo in seno alla progettualità).
L’Avanguardia sarà inizialmente composta da 10 persone, cioè i nove fondatori più un esterno; eventualmente questo numero potrà aumentare fino a che è però possibile mantenere una rapida capacità di movimento, capacità decisa dagli stessi membri in accordo con l’Agorà. L’entrata di nuovi avanguardisti o l’eventuale destituzione di qualcuno di essi dovrà essere discussa in un apposito ‘Forum Generale per l’Avanguardia’ che potrà essere convocato una sola volta all’anno sia dall’Avanguardia che dall’Agorà e che dovrà deliberare su un solo membro sia che si tratti di una nomina che di una destituzione.
L’Avanguardia dovrà costantemente rendere trasparenti le sue elaborazioni ed impegnarsi a creare una sorta di Almanacco Aperiodico il quale collezioni progetti, materiale di eventi accaduti, mostre, interventi, ecc.. Niente deve andare perduto ed ogni idea, che sia passata o no, dovrà comunque avere la dignità del ricordo.
Accanto all’Avanguardia, dovranno essere presenti, come detto, altre due entità pulsanti…per via che il sangue dell’intero organismo ha da fluire in vorticosi flussi…che rispondono al nome di Agorà e di Tecnìa.
l’Agorà è il senso del confronto esteso, del ripensamento, del nuovo incentivo creativo, del dibattito, dello studio del miglior linguaggio da adottare, della forza di possedere più linguaggi per non rimanere irretiti nella gabbia che il possesso di uno solo può creare. Il luogo anche dell’esposizione chiara degli intenti in modo che tutti possano sapere ciò che avviene e parteciparvi attivamente, così che tutti possano assurgere a ruolo di intellettuali, vale a dire di severi critici. Ed è necessario, cosa ancor più importante, che ci sia, anche qui, una forte spinta verso una non specializzazione di questa figura d’intellettuale, che non diventi cioè, in pieno accordo con lo spirito capitalista, il semplice ‘organizzatore tecnico, lo specialista della scienza applicata’[12].
L’Agorà, piazza di mercato, è allora l’organismo principe, quello che contiene in sé tutti gli associati e che lavora a proporre, organizzare e attuare idee…il suo lavoro deve essere svolto di concerto con L’Avanguardia la quale dovrà scolpire l’eticità delle proposte secondo un gioco di continui rimandi…l’Agorà propone, la proposta viene discussa dall’Avanguardia che la ripropone all’Agorà, se questa non accetta le modifiche la ripropone in diversa forma all’Avanguardia fino a che non è accettata dai due e girata ai tecnici, quindi formalizzata. È necessario, in questa sede, lasciare notevole elasticità a tutto il gioco senza trasformarlo in burocrazia permanente ed optare, sempre, per il non voto, fino a che ciò sia possibile, così da spingere all’estremo il dialogo fra le parti secondo i dettami del così detto ‘centralismo democratico’.
La Tecnìa è il luogo dei tecnici – nel mondo d’oggi è una moda essere tecnici e, come ogni moda, purtroppo si trasforma presto in necessità. Se si vuole uscire salvi dalle pastoie dell’incomprensione e della burocrazia, bisognerà avere dunque dei tecnici a disposizione. Tali tecnici vaglieranno i progetti che Avanguardia e Agorà gli proporranno e daranno su di essi altro che un parere tecnico appunto…soltanto tecnico, ma necessariamente divulgativo, cioè anche in una forma accessibile ai più. Così, nell’eventualità che non ci siano soldi per finanziare un progetto, perché ci sarà qualcuno tra questi tecnici che terrà la contabilità, si dovranno esporre chiaramente e nella maniera più comprensibile possibile quali sono gli impedimenti tecnici di quel progetto (è troppo caro o necessita di troppe autorizzazioni o quant’altro). In questo modo chi partorisce idee lo potrà fare in libertà senza doversi preoccupare d’eventualità corrosivamente contingenti. i Tecnici, allora, derivanti dall’ultima esperienza politica, sono un prestito che chiediamo al sistema per non venirne schiacciati. Ma lo sforzo che essi dovranno fare sarà sempre quello di dismettere quanto più possibile i panni di professionisti della tecnica, indossare quelli del ‘complesso chiedersi il senso’ e agire da avanguardisti o all’interno dell’Agorà. L’idea che ci muove è quella gramsciana del ‘blocco storico’[13], vale a dire la convinzione che debba esistere, perché fondamentale, una convergenza tra i rapporti sociali di produzione, cioè la Struttura, e le idee, la coscienza, la volontà, cioè la Sovrastruttura. Questo solo può portare non solo ad una a-specializzazione di fatto, ma anche al ritrovamento di quel telos di cui si è parlato. Liberarsi dal giogo dell’alienazione operaia ed avere la coscienza che è possibile controllare ciò che ci circonda e che è possibile una dialettica fruttuosa tra l’Idea e parte di quel sistema economico che a quest’Idea sa e può avvicinarsi.
In virtù di questo i primi progetti da noi scelti hanno alcune caratteristiche essenziali, caratteristiche che incarnano, ognuno, parte del nostro pensiero e che speriamo siano in grado di portare il giusto guadagno per proseguire nel cammino.
Il fatto principale è quello di provvedere ad un regionalismo\ localismo\atomismo che possa rendere migliore la partecipazione alla scommessa del cambiamento. La realtà, quindi, in cui ci siamo posti ad operare è, essenzialmente, quella comunale. Il provincialismo non è la nostra aspirazione, tutt’altro, ma crediamo che per combattere l’annientamento della globale uniformazione, sia doveroso ristabilire dei confini che possano mantenere ancora la capacità di scambio vero, e non virtuale, tra gli esseri umani. La Polis, come esempio di luogo ristretto d’interazione, potrebbe essere un modello di localismo da sfruttare e con essa proprio il concetto di Agorà; Agorà che fuoriesce dall’organizzazione dell’associazione per abbracciare idealmente anche la città. Se, come si è detto, l’Agora è il luogo in cui le idee possono incontrarsi per crescere insieme, svilupparsi, acquisire forza e organicità, se è il centro di un dialogo in cui si può accrescere il valore di ognuno, di ogni intuizione e di ogni nuova idea e se l’agora greca presupponeva una piazza, così noi presupponiamo un ritorno al luogo aperto, al luogo non più deputato che possa divenire reale momento di scambio e di ritorno alla parola. La città dovrebbe ritornare ad essere lo spazio dell’acquisizione di novità, lo spazio della comune gestione della propria vita sociale; aperta, ampia, vincolata al suo valore di luogo in comune, la città deve poter ispirare in ognuno l’idea della condivisione. Quello che noi facciamo lo facciamo, allora, per la Città dal momento che crediamo debba essere lei il fulcro del nostro esperimento. In questa direzione va il primo progetto che concretamente stiamo portando avanti: quello di un impianto di compostaggio per compost agronomico di elevata qualità e che è stato il primo beneficiario di un finanziamento a fondo perduto da parte del Ministero per l’Ambiente (confronta ‘Compost’). Si tratta di trasformare i rifiuti organici solidi, sia provenienti dalla frazione secca (potature, scarti di falegnameria, etc.), sia quelli provenienti dalla frazione umida (tutto ciò che di organico buttiamo di solito nell'immondizia e che raggiunge il 40% del totale dei rifiuti), in fertilizzante di elevatissima qualità e assolutamente ecocompatibile. Un impianto come quello da noi proposto, oltre ad avere una fondamentale valenza ecologica in termini di sostenibilità ambientale, dal momento che solo in questo modo il ciclo che va dalla produzione di organico al suo utilizzo come fertilizzante può chiudersi, ha anche la caratteristica di essere assolutamente all’avanguardia in Italia e nel mondo, disponendo di una tecnologia particolarmente avanzata che consente un bassissimo impatto ambientale. Ma la nostra idea va al di là di fornire alla città un impianto che la porrebbe comunque tra i primi posti nel campo della tutela ambientale, la nostra idea prevede anche e soprattutto di mettere tale impianto al centro di una vasta opera di sensibilizzazione. Esso infatti può essere veicolo non solo di una essenziale campagna circa il senso dello sviluppo sostenibile, dei rischi globali che ogni aggressione all’ecosistema provoca come conseguenza, dell’importanza del riutilizzo come risparmio energetico, ecc., ma anche via d’ingresso per un rinnovato modo d’intendere il ‘mondo della vita’. Un impianto di compostaggio prevede infatti un’attenta opera di differenziazione dei rifiuti e questo significa porre grande attenzione al significato del concetto di consumo, di spreco, di collettività, di perdita di tempo a favore del sistema, di qualità, di alternativa, di umanizzazione, tutte parole che possono essere facilmente estrapolate dalla contingenza e divenire campi di dibattito e di dialogo in favore di un modo differente di intendere il vivere civile. In più, tale sensibilizzazione, dovrà essere l’occasione per far in modo che i cittadini si riapproprino della città attraverso una attività partecipativa ampia. La Partecipazione è infatti l’unico modo per far tornare a riflettere i cittadini sul loro possibile ruolo di detentori di collettività ed anche specchio che può rifletterne le reali esigenze di ognuno, invertendo la tendenza che vede l’individuo ‘sempre più un ingranaggio dominato da pochi e privilegiati leader, da mediocrità e da mistificatori i quali perseguono i loro interessi privati sotto uno schermo fumoso di ideologie’[14]. In questo caso i concetti di Atopon e Agorà messi in luce precedentemente, tornano utili. Sensibilizzare utilizzando la strada e la piazza ed in generale tutti quei luoghi non più destinati ad un reale scambio sociale così che la partecipazione si ampli e diffonda quanto più possibile, è un mezzo chiaro per non avallare più l’atto privatistico. Per mantenere vivo l’istinto animale del ‘proprio’, si sta tentando di utilizzare concetti come ‘privacy’, ‘liberismo’, ‘sicurezza’, così che risulti molto più normale e socialmente accettabile non essere coinvolti in questioni che afferiscono alla ‘cosa pubblica’ (se non tramite delega), piuttosto che, vivendo in città – luogo d’aggregazione sociale per eccellenza – non sia l’impegno, anche quello verso la semplice conoscenza, a prevalere.
Ma accanto alla fondamentale opera di sensibilizzazione è altrettanto necessario puntare alla Qualità dell’intera operazione, una qualità che deve essere assolutamente mantenuta nel tempo affinché non muoia l’idea di progettualità a lungo termine che per noi è il discrimine di ogni buon Modello; Qualità non solo data dal fatto che la speculazione non esiste, ma anche qualità nell’attenzione al controllo della raccolta differenziata e alla ricerca mirata al miglioramento costante del prodotto finale.
Parte di quello che potremo guadagnare da questa sfida è destinato all’operazione ‘Convivio’.
Tale operazione prevede l’affitto e la ristrutturazione di un casolare in aperta campagna, casolare già individuato e per la ristrutturazione del quale sono appena iniziati i lavori, ove organizzare un convivio in piena regola. Organizzare cioè uno spazio in cui sia possibile mangiare cibi tradizionali e semplici (abbiamo a disposizione due tra i più bravi cuochi della Toscana) e nello stesso tempo parlare degli argomenti più disparati allestendo Seminari d’approfondimento. Ritornare alla tradizione locale non è soltanto una questione di nostalgia. Vuole essere una riscoperta di sapori eccezionali ed un affronto alla globalizzazione anche del gusto. Vi si potranno così assaggiare piatti tipici o, se si vorrà, il ‘piatto politico’, cioè un piatto a prezzo politico. In giorni stabiliti ci sarà poi un ospite per il ‘convivio significante’, con cui intessere discussioni fino a tarda notte, abbattere qualunque formalismo e ‘perdere tempo’ a mangiare disquisendo di filosofia, fisica, arte, matematica…interagendo nella familiarità più completa. Ci sarà anche lo spazio per mostre di pittura, cabaret e musica. In questo modo vorremmo creare un Nodo di una rete estesa per tutta Europa che raccolga varie esperienze artistiche e possa, anche fisicamente, dare ospitalità a quanti vogliano passare del tempo, per studio o lavoro, da queste parti. Sarebbe così possibile riprendere l’idea trotzkista della Federazione Internazionale d’Arte Rivoluzionaria (FIARI), giacché concordiamo con Trotsky secondo cui ‘la vera arte, cioè quella che non si accontenta di variazioni su modelli prestabiliti, ma si sforza di esprimere i bisogni interiori, non può non essere rivoluzionaria, cioè non aspirare a una ricostruzione completa e radicale della società, non fosse che per affrancare la creazione intellettuale dalle catene che la ostacolano e per permettere a tutta l’umanità di elevarsi ad altezze che solo geni isolati hanno raggiunto nel passato’[15]. Un ‘Convivo’ che garantisca (entro i limiti del possibile) anche un salario minimo ad ogni artista che lo necessiti così che possa liberamente lavorare senza la vessazione del guadagno; ’l’idea che il giovane Marx si era fatto del ruolo dello scrittore esige, ai nostri giorni, un richiamo vigoroso. È chiaro che questa idea deve essere estesa, sul piano artistico e linguistico, alle diverse categorie di produttori e ricercatori. Lo scrittore – egli dice – deve naturalmente guadagnare dei soldi per poter vivere e per poter scrivere, ma non deve in nessun caso vivere e scrivere per guadagnare dei soldi. Lo scrittore non considera affatto i suoi lavori come mezzo. Essi sono dei fini in sé, sono così poco un mezzo per lui e per gli altri che, al caso, egli sacrifica alla loro esistenza la sua esistenza…’[16].
Nel frattempo, in attesa dell’avvio del ‘Convivio’, è aperto, nel centro di Arezzo, un piccolo fondo in cui è possibile prendere del tè e leggere libri dalla biblioteca, nonché collegarsi ad Internet e fare pratica di Linux (gratuito e alternativo sistema operativo).
Numerosi altri sono i progetti in cantiere, che è ora prematuro esporre dal momento che non abbiamo i mezzi materiali per realizzarli. Tuttavia speriamo di reperirli al più presto così da continuare la nostra lotta con sempre maggiore forza; per questo chiediamo a chiunque fosse interessato di farsi avanti ed unirsi a noi.
La nostra posizione politica, cioè la nostra progettualità, la nostra volontà di costituire un Modello di ‘Polis permanentemente autonoma’, deve essere chiara fin dall’inizio a tutti i nostri interlocutori, così da non permettere che si possano creare equivoci di sorta. Non potremo dunque abdicare a nessuna delle nostre idee né tantomeno ai nostri sogni; il compromesso dovrà esistere solo in funzione della finale realizzazione di essi.
Siamo e vogliamo continuare ad essere liberi lavoratori della Fabbrica del Sole.

[1] Husserl, ‘La Crisi delle Scienze Europee’.

[2] Spengler, ‘Il Tramonto dell’Occidente. Abbozzo di una Morfologia della storia del Mondo’.

[3] Vedi nota 1

[4] Par Lagerkvist, ’La mia Parola è No’.

[5] Vedi Samir Amin, ‘Le Fiabe del Capitale, a centocinquant’anni dal Manifesto Comunista’.

[6] Eraclito, Frammento 93

[7] Gadamer, ‘Linguaggio e Comprensione’.

[8] Von Bertalanffy, ‘Teoria Generale dei Sistemi’.

[9] Battaille, ‘La Letteratura e il Male’.

[10] Vedi Onfray, ‘La Politica del Ribelle’.

[11] Lenin, ‘Che Fare?’.

[12] Gramsci, ‘Alcuni Temi della Questione Meridionale’.

[13] Vedi Gramsci, ‘Quaderni del Carcere’.

[14] Sorokin, ‘Teorie Sociali di Oggi’ .

[15] Trotsky, ‘Libertà, Arte e Letteratura’.

[16] Vedi nota precedente