La Fabbrica del Sole nasce intorno ad un progetto. Si è
mossa, data, articolata con progetti a 360°, vedi i verbali
delle prime riunioni, intorno ad un primo progetto, quello per
fare i compost: il Progetto
Compost.
Nato settimino nel 1997 ed uscito dallincubatrice il 4 luglio
1998 con 41°C allombra (ed era notte!) quando due di
noi decisero di partire in treno.
La pulce della successiva cooperativa era già nelle orecchie
di chi a Bakhtapur, in Nepal, si era seduto al tavolo di un ristorantino
sul Campo dei Miracoli buddhista e aveva scrutato ristorante e
camerieri con sospetto, alterigia e irriverenza urlando rivolta!,
un ristorante così lo avremo anche noi e pure meglio!
Dove eravamo diretti avevamo un contatto semi-professionale maturato
precedentemente. Alla premiatissima ditta che avevamo contattato
ci trattarono con guanti di strudel e ci fecero capire il coraggio
e la portata delle strategie dei primi produttori di cyber-compostatori.
Al ritorno ed in alcuni mesi il Progetto Compost vedeva
la luce.
Si trattava di far comprare al Comune, meglio se di Arezzo, la
macchina e di organizzare la raccolta differenziata dei rifiuti
da smaltire nellimpianto realizzato intorno alla macchina.
La vendita del concime (compost) che alla fine si estraeva dai
rifiuti andava affidata, come il coordinamento e la progettazione
del tutto, alla costituenda cooperativa La Fabbrica
del Sole.
In pratica, ogni tipo di rifiuto organico, da quelli alimentari
prodotti dalle mense, dai ristoranti e dalle abitazioni fino alle
potature e i ramoscelli del verde pubblico (o privato) passando
per la cacchetta dei depuratori delle fogne poteva
essere raccolto, tritato, sminuzzato, omogeneizzato, filtrato
da una speciale tramoggia e buttato nella macchina.
I macchinari per questo pre-processing erano in sostanza dei robustissimi
vagli: dei cilindri di un metro di diametro sdraiati in orizzontale
e fatti ruotare. I rifiuti stavano dentro. La parete laterale
del cilindro era tutta bucherellata con fori taglienti di diametro
compreso fra uno e due centimetri. Buttando i rifiuti organici
allinterno e lasciandoli sballottare dalle rotazioni del
cilindro si separava la parte organica dal resto degli altri rifiuti.
La parte organica, infatti, essendo morbida e malleabile pian
piano si sminuzzava e alla fine passava dai buchi della superficie
laterale cascando sotto il cilindro. Questa frazione selezionata
dai rifiuti in ingresso veniva incanalata in un tubo con una vite
senza fine che la portava alla bocca dingresso della macchina
vera e propria. Allinterno del cilindro sarebbero rimasti
a sballottare tutti quei rifiuti che non si rompevano nel gentile
rotolamento: buste di plastica, ferri, pile,
La qualità del processo risiedeva fondamentalmente nella
purezza organica dei rifiuti in ingresso, dal momento che una
miserrima pila, qualora avesse passato la prova del cilindro,
intrufolandosi insieme allorganico dentro la macchina, sarebbe
bastata a liberare metalli pesanti velenosi contaminando quintali
e quintali di materiale organico. Quindi una raccolta differenziata
severissima: anche porta a porta e stretti controlli nei ristoranti,
ispezioni a campione nelle famiglie, responsabilizzazione, codici
a barre e non so quantaltre misure poliziesche per arrivare
alla qualità assoluta: alla purezza dellorganico.
Ammesso questo, il materiale sminuzzato e omogeneizzato dai fori
del cilindro veniva messo nella macchina: le cosiddette bio-celle.
In buona sostanza due container dotati di pannelli semoventi sul
fondo in modo da spostare e far circolare le masse
di materiale organico dallingresso, in alto sulla parete
di fondo, fino alluscita, in basso sulla parete opposta.
Da qui il materiale, con la macchina in azione, veniva riportato
in ingresso e fatto circolare così per 10 giorni.
Per tutto questo periodo i pannelli sul fondo, aprendosi a compasso,
spingevano, ribaltandolo, lorganico verso luscita.
Particolari augelli soffiavano dentro la camera lossigeno
necessario alla microbiologia del processo: la fermentazione intensiva
(più aerobica possibile sennò puzza, per questo
lossigeno) da parte di batteri e in grado di sviluppare
temperature fino a 70°C. Lacqua che scolava, percolava
sul fondo della cella veniva convogliata e rispruzzata dal tetto.
Il tutto, chiuso ermeticamente per via dellodore, del decreto
Ronchi e dei batteri, veniva controllato da un computer, nel comodo
di un ufficio separato, tramite servomeccanismi e sensori. Seguendo
nel tempo il processo con i suoi valori di temperatura, umidità
e ossigeno si potevano controllare a pieno la qualità e
le caratteristiche del concime (il compost) in uscita.
Le biocelle (50 m3 luna) erano in realtà due, caricate
con uno sfasamento di cinque giorni per ridurre al minimo le quantità
di rifiuti accumulati in attesa e fatte lavorare indipendentemente.
La collaborazione con centri di ricerca (Un. di Firenze) entrava
in questa fase di monitoraggio e controllo informatico in cui
si sarebbero potute estrarre determinate proprietà del
concime a seconda di quella che sarà la sua applicazione.
La qualità e la buona gestione del tutto sarebbero state
garantite dalla stretta sorveglianza di un comitato tecnico-scientifico
costituito da Università, Ministero dellAmbiente,
Comune e Fabbrica del Sole.
In pratica il processo di maturazione-fermentazione da parte dei
batteri porta per incanto a trasformare gli scarti, i rifiuti,
la preziosa e vitale materia organica in concime, in humus, completamente
ecocompatibile e pronto ad essere re-immesso in agricoltura. Con
la produzione agricola: frutta, verdura, cereali, legname e simili,
che a loro volta finiranno, come residui alimentari, scarichi
fognari, legno e potature, nelle grinfie della macchina, riusciamo
a chiudere un ciclo. Ogni deviazione da questo ciclo è
sporca. Buttare la frazione organica dei rifiuti in discariche
o inceneritori, contaminandola con altri inquinanti sarebbe un
grave errore: ogni apertura o interruzione del ciclo agricoltura-consumo-riciclaggio-compost
uno spreco e un danno. Ieh! figurete!, dicevano i
profani ma era la concimaia, ne più ne meno.
In definitiva il consumo di prodotti organici, alimenti e legno
(non trattato), con questo ciclo è lunico segmento
di consumi perfettamente sostenibile e quindi aumentabile ad libitum.
Un mondo di buona cucina e materiali bio-compatibili, eco-logici
(razionali per la casa, dal greco) è
il sogno di questa terza Rivoluzione agricola. Le due precedenti
furono lintroduzione del latifondo organizzato
nel 1600 e lingresso prepotente dei trattori e dei prodotti
chimici nel 60.
In questa nuova fase il processo di produzione agricola si allarga
a coinvolgere tutti. Tutti siamo agricoltori nel terzo millennio:
chi consuma cibo e legno produce il fertilizzante per chi produce
i beni di consumo con orti e foreste.
In tutto il ciclo però deve dominare la Qualità
assoluta, la coerenza scientifica e scrupolosa con questo disegno.
A partire dalla raccolta: meticolosa e pignola, severa e rigida,
sempre a scapito della quantità, attenta alla comunicazione
ed alla partecipazione. Nella trasformazione, abbattuti i percolati,
le acque reflue vengono reimpiegate, i fumi e laria di scarico
(pestilenziale a causa della fermentazione anaerobica) vengono
filtrati da un immenso letto di cortecce di sempreverdi rendendo
lemissione profumata!, perdipiù la struttura dei
container è modulare, aumentabile in qualsiasi momento
e con poca spesa (inizialmente 2000 tonnellate lanno in
ingresso per 20.000 abitanti serviti), è mimetizzabile
e interrabile: a impatto ambientale zero. Anche limpatto
sociale di questa operazione è bassissimo, dando lavoro,
un lavoro impegnato e di soddisfazione, educando la popolazione
alla pratica ecologica del reciclaggio e recuperando la tradizione
contadina della concimaia
La vendita del compost e tutta la gestione è no-profit.
Noi crediamo nel pubblico. Con abnegazione abbiamo scelto di lavorare
per fluidificare, ottimizzare, aggiornare lintervento dellamministrazione,
qualora ne abbia i numeri. Convinti che gli eventuali profitti
debbano essere integralmente reinvestiti per ripartire con progetti
di questo tipo, cerchiamo il guadagno. Il guadagno sociale non
il profitto individuale. La proprietà pubblica, collettiva,
non quella che è stata privata alla collettività.
Crediamo nella potenza dirompente del Modello: il
nostro, giovanile, ecologico, imprenditoriale e innovativo, cooperativo
e a prevalenza femminile è assolutamente trasportabile
in molte altre realtà. Il compost prodotto, oltre che in
agricoltura è destinato alla riforestazione, al recupero
ambientale, alla lotta contro la desertificazione.